Marzo-Aprile-2013

LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXX - Numero 3-4 - Marzo-Aprile 2013 16 sa da una minoranza di giovani che formu- la progetti, che Adam Smith avrebbe defi- nito chimerici, che debbono essere ripor- tati alla realtà o quanto meno ad una cor- retta valutazione della probabilità che il loro progetto si realizzi, a giovani che so- no completamente privi di aspirazioni. Il ruolo di orientamento nella scuola è fon- damentale. Occorre tuttavia una scuola che non fornisca agli studenti quello che è stato definito da alcuni «orientamento ar- mato», cioè che induce lo studente ad ac- quisire armi, sotto forma essenzialmente di competenze tecniche e professionali, per combattere e vincere in un mondo concorrenziale. Occorrono una scuola e un’università capaci di contribuire effica- cemente alla formulazione e alla realizza- zione di progetti che permettano ad ogni singolo giovane di svilupparsi e di diventa- re una persona capace di operare con eti- ca, qualsiasi ruolo sia esso chiamato a svolgere. L’etica come dice A. Sen è come l’ossigeno nel sistema economico... ci si accorge della sua importanza soltanto quando manca. Per la stragrande maggioranza delle persone è impossibile comprendere quanto alla crisi abbiano contribuito fenomeni estremamente lontani, come i complicatis- simi strumenti finanziari derivati da un si- stema perverso di incentivi offerti agli alti dirigenti di molte grandi aziende, un siste- ma bancario che fa sempre meno il suo es- senziale ruolo d’intermediazione sul mer- cato del credito e sempre più l’erogatore di altri servizi e che è sempre meno capa- ce, e disposto, ad effettuate una corretta valutazione del rischio. La diffusione del sapere economico a mio avviso è fondamentale. Gran parte dei problemi sociali legati all’immigrazione è alimentata dalla mancanza di una diffusa consapevolezza del contributo che gli im- migrati danno alla prosperità del paese che li accoglie e dalla diffusa convinzione, contraria ad ogni «verità» oltre che alla «carità», che l’immigrazione sia la princi- pale causa della crisi economica che stia- mo vivendo, che gli immigrati vengano a portarci via una parte del nostro benesse- re e che il loro lavoro sia solo sostitutivo e non complementare a quello di coloro che lavorano in patria. La «carità nella verità» ci impone di spazzare via tutti i messaggi ambigui. Nessun economista dice che l’im- migrazione è la causa della crisi ma siamo colpevoli anche quando non combattiamo efficacemente contro una menzogna stri- sciante, fondata sull’ignoranza, che gene- ra un atteggiammo di difesa che tende inevitabilmente a sfociare in una reazione aggressiva. Una delle cause fondamentali della crisi è stata sicuramente la difficoltà di inter- pretare e di osservare i segnali che ormai a livello internazionale si potevano osser- vare. Paul Krugman, Premio Nobel 2008 per l’economia, in un suo illuminante sag- gio sulle cause della depressione ( The Re- turn of Depression and the Crisis of 2008, W.W. Northon and Company, 2009) invita ad una riflessione su ciò che avremmo do- vuto imparare dalle crisi finanziarie del passato e in particolare dalla crisi gravissi- ma che ha coinvolto rapidamente Messico e Argentina a metà degli anni Novanta. Egli afferma che abbiamo concentrato la nostra attenzione sulla «lezione sbagliata» che si poteva trarre da quella vicenda cioè sul rapido risolversi della crisi e sulla forte ripresa che i paesi coinvolti hanno regi- strato negli anni seguenti, eventi che egli ritiene siano da attribuirsi ad una serie fortunata di circostanze difficilmente ripe- tibili in altri contesti. Non ci si è invece soffermati sulla domanda dell’economista Guglielmo Calvo: «Perché si osservò una punizione così severa da parte dei mercati finanziari per errori così piccoli?». La crisi di fiducia che portò alla fuga dei capitali da quei paesi è stata attribuita ex-post a quelli che possono essere definiti errori minori di politica economica, errori che nessuno poteva sospettare che si sarebbe- ro trasformati in un grande disastro econo- mico. Secondo Krugman avremmo dovuto imparare che quello che si era verificato in Messico avrebbe potuto accadere in fu- turo ovunque e cioè che un’economia che riscuote l’ammirazione dei media improv- visamente entri in crisi perché perde la «fiducia» del mercato finanziario. Oggi chiunque governi, dato il nostro ri-

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