Marzo-Aprile-2012
LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXIX - Numero 3-4 - Marzo-Aprile 2012 8 chie di puerocentrismo», in cui non crescere (non sposarsi, non generare, non produrre, non decidere…) perché, in definitiva, è meglio stare «dove si sta bene». La possibilità di educare e la credibilità Ogni persona, nella vita di relazione, diventa «testimone personale» la cui qualità è stretta- mente legata alla possibilità di educare. Chi è pri- vo di qualità cammina a lato e non può porsi, quindi, come elemento esemplare per la vita de- gli altri, soprattutto di coloro che sono ancora mi- nori . Da qui gli appellativi di «amico» e «compa- gno di vita» con cui i giovani definiscono affettuo- samente ma con debole assegnazione di credito i loro genitori e molti loro insegnanti. Manca o è debolissima la «credibilità» educativa. Molti sono convinti che riferirsi a schemi di valore sia una semplice moda sociale e non si ri- flette abbastanza sul fatto che è un’esigenza in- teriore; può essere educatore soltanto colui che ha punti certi di riferimento personale, il cui si- gnificato o valore è «mostrabile» in forma esem- plare anche a coloro che si vuole aiutare nel percorso della formazione. Ogni educatore si pone almeno una volta la domanda: «Perché voglio essere educatore? Chi mi dà il diritto di osservare, di giudicare, di pre- tendere?» (2). Non è accettabile la semplice tra- slazione «Educo perché sono educato», semmai si potrebbe dire: «Educo perché io stesso ho bi- sogno di essere ancora educato ed empatica- mente, mentre mi prendo cura dell’allievo, prendo cura anche di me stesso». Nuovo significato dell’educazione oggi Portar fuori dall’inesperienza, dall’ignoranza, condurre verso… erano i significati più credibili che la buona pedagogia aveva assegnato alla funzione educativa; ora tale semantica appare inadeguata. Il piccolo che cresce è soggetto a bombarda- menti incredibili per quantità e varietà, possiede fin da bambino conoscenze che, in altri tempi, si possedevano in età adulta. I massmedia lo metto- no a contatto con continue esperienze di vita, dal- le più miti alle più violente. Alla fine, privato di ogni autenticità e originalità, rischia di essere una variante del tipo «medio», il giovane pensato dalla società odierna, ma essendo questa instabile, «li- quida», lo fa sentire estraneo, privo di interiorità, ospite di un’apparenza, bisognoso di sicurezza. Educare potrebbe voler dire: dar coraggio, aiutare a non perdere la propria originalità , far conquistare le forme della propria autonomia e libertà. Ma tali finalità comportano l’osservare, il capire, il decidere, il correggere, il valutare, il pretendere. E, allora, dove risiede davvero la mia credibilità di educatore? È probabile che la credibilità educativa venga dall’impegno dell’educatore ad educare se stesso. In educazione non c’è mai il prodotto finito! Il bene e il male non sono nell’uomo comparti- menti stagni: c’è una grande energia vitale che ha in sé la possibilità dell’uno e dell’altro. Questa prospettiva antropologica genera un compito edu- cativo: nessuno è mai al traguardo, l’educatore, prima degli altri, è alla ricerca del punto critico in cui l’energia genera il bene ed evita il male. Una volta trovato l’equilibrio, lo si può insegnare agli altri. Ci sono dei capisaldi da considerare, dal cui intreccio emerge la vera educazione: crescita, esercizio, adempimento, raggiungimento. I capi- saldi diventano categorie nelle situazioni della au- tolimitazione (autoregolazione) e nell’incontro (re- lazione), che favoriscono il rapporto educatore-al- lievo nel percorso dell’autoformazione o formazio- ne assistita. In tale condizione l’educazione «vive» perché è l’assunzione di forme progressive, che conducono l’allievo dalla dipendenza verso l’auto- nomia. La vita è scossa solo dalla vita e la libertà è scossa solo dal rapporto con un uomo libero. L’educazione non è un percorso di tipo meccanico e il risultato non è la somma delle condizioni (3); c’è il mistero della Provvidenza di Dio, che condu- ce a buon esito la buona volontà dei suoi figli. Le prime conseguenze L’insegnante credibile è capace di empatia cioè di «immedesimazione» in un rapporto circo- lare con gli allievi; se questi lo stimano, se ne ap- prezzano le qualità, si produce l’effetto pigmalio- ne, cioè la capacità di far «accadere le cose in cui crediamo nel bene e nel male». Il primo effetto visibile, e ripetutamente dimostrato, è che gli «alunni in cui l’insegnante crede, ottengono risul- tati migliori» perché nella persona del maestro, che esprime fiducia su di loro, trovano la confer- ma di se stessi . Confermare, rassicurare, stimola- re va ben oltre la semplice tecnica didattica per- ché produce una forma di «trasfusione di forza» che porta l’allievo ad impegnarsi di più. Altra conseguenza significativa è quella del- l’autopercezione (o autovalutazione): chi non ri- ceve lo sguardo confermativo della mamma e del papà, faticherà per tutta la vita ad accettarsi co- me essere importante. Come potrebbe, del resto, crescere in autonomia e preparazione un alunno che riceve solo richiami, conferme negative, atte- stati di incapacità? La persona va sempre accolta e rassicurata, oltre il livello delle sue prestazioni perché, come conseguenza, ci sarà un migliora- mento delle prestazioni stesse. Ciò che conta è «la gratuità del valore che diamo». (2) R. G UARDINI , La credibilità dell’educatore in Persona e libertà , La Scuola, Brescia, 1993. (3) J. C ARRON , Scri sull’educazione , La Scuola, Brescia, 2010
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