Auguri Cesarina Checcacci SU n. 3-4 2011

LA SCUOLA E L’UOMO numero 3-4 anno LXVIII marzo-aprile 2011 48 rischia di vanificarlo. La prima è quella delle mode che, in varie forme, tendono a pla- smare il modo di pensare, di sentire, di agi- re dei singoli, determinandone un’omologa- zione forse senza precedenti. L’altra, conco- mitante con la prima, è quella di una molte- plicità di stimoli, sollecitazioni, opportunità, che minacciano l’unità interiore del sogget- to, disperdendola in una miriade di espe- rienze eterogenee e a volte contraddittorie. Educare qualcuno alla cura della propria anima, del proprio «essere» più autentico, significa aiutarlo a riscoprire il proprio vero volto, spesso sfigurato e nascosto dal proli- ferare incontrollato di pulsioni superficiali indotte dall’esterno, e a ritrovarne la verità. In famiglia, a scuola, nella comunità cri- stiana, questo comporta innanzi tutto, da parte dell’educatore, la testimonianza vissu- ta di aver saputo egli stesso riconciliarsi col proprio «vero io», non per rassegnarsi ai suoi limiti, ma per affrontarli onestamente, in uno stile di pace e di sincerità. Comporta, inoltre, la capacità di individuare nell’altro le ferite profonde che gli rendono difficile l’accettazione di se stesso e l’impegno a evi- denziare le potenzialità che sono in lui, a li- vello intellettuale, emotivo, volitivo, fisico. Educare ad aver cura della propria storia L’essere della persona è inscindibile dalla sua storia. Spesso oggi le persone vivono co- me se si fossero «fatte da sé», incapaci di quel riconoscimento dell’origine che è anche riconoscenza verso i genitori, i maestri, la cultura da cui sono stati generati. Educare alla cura della propria storia significa colti- vare il senso della tradizione, che non è at- taccamento al passato, ma la capacità di leggere il presente, alla luce del passato, per essere in grado di progettare il futuro. Significa, inoltre, recuperare e restituire agli altri il senso dell’autorità, che ha a che fare con l’«essere-da» perché non è cieco potere, ma – secondo la sua etimologia (dal latino augere , «far crescere», «far nascere», da dove la comune derivazione di auctoritas «autorità» e auctor , «autore») – esprime la responsabilità di orientare un singolo o una comunità alla sua piena realizzazione. Per- ciò a differenza del potere, l’autorità si ri- volge alle persone non come ad oggetti, bensì come a soggetti liberi, da ascoltare e con cui confrontarsi prima di decidere. Certo, bisogna riconoscere che questi fraintendimenti sono anche il frutto di un modo sbagliato di proporre sia la tradizione che l’autorità. Un esempio di ciò è la scuola,

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