Auguri Cesarina Checcacci SU n. 3-4 2011
LA SCUOLA E L’UOMO numero 3-4 anno LXVIII marzo-aprile 2011 47 IL CORAGGIO DI EDUCARE Credere nell’educazione. I meriti di Cesarina Checcacci sono tanti. Qui, però, ne vorrei menzionare uno che mi sembra stia alla radice di tutti gli altri aspetti della sua lunga e feconda militanza a servizio della scuola: la fiducia incrollabile nell’impresa educativa, quali che siano le difficoltà a cui essa va incontro nel nostro tempo. È ancora possibile educare? La domanda sorge spontanea davanti a una crisi etica e culturale che sembra colpire, senza distin- zione di sesso e di classe sociale, le nuove generazioni. Una riflessione più matura ci spinge, in realtà, a chiederci se per caso non siano gli educatori a dover ritrovare un entu- siasmo e una motivazione ideale che molti di loro hanno perduto. A prepararli, sollecitar- li, sostenerli in questo percorso Cesarina Checcacci ha lavorato per tutta la sua vita Il problema si pone a tutti livelli: i geni- tori si travestono da compagni dei loro figli; gli insegnanti si concentrano in modo presso- ché esclusivo sulla trasmissione dei sa- peri disciplinari; i sa- cerdoti si acconten- tano di una pratica quasi esclusivamente ritualistica, oppure si lanciano in una serie di attività organizza- tive, rinunciando a formare i loro fedeli. Alla radice della cosiddetta «emer- genza educativa», in- somma, non c’è tan- to la crisi dei giova- ni, ma quella degli adulti. È a questa che bisogna cercare delle soluzioni con- vincenti. E crediamo di rendere omaggio a Cesarina Checcacci, che agli educatori – in particolare agli insegnanti – si è rivolta con il suo esempio, prima ancora che con la sua dottrina pedagogica, sviluppando la no- stra riflessione su questo tema. Le grandi coordinate dell’educare Il punto di partenza, per chi si voglia ispi- rare allo stile umano e intellettuale della professoressa Checcacci, non può che essere la persona. È ad essa che bisogna tornare, per ritrovare il senso dell’educare: alla sua anima («essere»); alla sua storia («essere- da»); alle sue relazioni («essere-con»); ai suoi fini («essere-per»). Ebbene, anche il compito educativo si deve caratterizzare in base a queste quattro dimensioni, secondo le modalità che gli sono proprie. Ricordando sempre che l’educatore non può e non deve sostituirsi all’educando. La metafora inscritta nell’etimologia del termi- ne «educare» (da e-ducere , «condurre fuo- ri») richiama il contesto di una nascita, in cui il compito dell’ostetrico è semplicemen- te ausiliario. Si tratta di risvegliare nell’al- tro la consapevolezza di ciò che lo costitui- sce nella sua identità e di cui egli è il pri- mo a doversi assume- re la responsabilità. Più che un pren- dersi cura dell’altro, dunque, educare im- plica un costante dialogo e una testi- monianza che spinga- no l’altro a prendersi lui cura di se stesso. Educare ad aver cura di sé Oggi il nucleo più intimo della persona è sottoposto a una duplice pressione che di Giuseppe SAVAGNONE, Editorialista dell’Avvenire Ripartire dalla scuola per una nuova società […] È nostro dovere aiutare gli alunni a coglie- re l’importanza e la gravità dell’essere cittadini per oggi e per il futuro, sulla base di alcuni para- metri irrinunziabili quali quelli legati alla dignità di ogni uomo, alla sua libertà e all’effettiva concreta solidarietà estesa il più possibile. Nuove povertà travagliano il nostro Paese e ne rendono sempre più difficile l’abitabilità. Se siamo convinti che la scuola ha la responsabi- lità di rifondare il vivere sociale, questo è il mo- mento di impegnarvisi aiutando i giovani ad es- sere soggetti attivi del cambiamento da una si- tuazione di crisi sociale ad una di ricostruzione e di sviluppo, nel rispetto dei valori fondamentali. Quanto più è complessa la situazione sociale, tanto più è necessario potenziare un serio sistema educativo e scolastico, dotato di autonomia, sede di libertà, aperto a fondare, su basi di giustizia, di verità e di solidarietà, lo statuto sociale, civico e politico del nostro paese. […] (C. Checcacci, La Scuola e l’Uomo n. 3/1996)
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