Auguri Cesarina Checcacci SU n. 3-4 2011
LA SCUOLA E L’UOMO numero 3-4 anno LXVIII marzo-aprile 2011 che si educhino le persone alla cooperazio- ne, che non è solo coordinazione tra fini uguali, ma scoperta di un fine comune. Dove la differenza è che i primi possono essere raggiunti da qualcuno e non da altri (come in un esame, dove tutti vogliono essere pro- mossi, ma solo alcuni ci riescono), mentre il secondo, se non viene raggiunto anche da uno solo, non è raggiunto da nessuno (come in una partita di calcio, dove se un giocatore sbaglia, è tutta la squadra a perdere). Solo se c’è un fine comune nasce la co- munità. E nel nostro tempo, dominato dal- l’individualismo, educare ad essa è diventa- to fondamentale sia per la vita privata – si pensi alla dinamica della famiglia, oggi spes- so ridotta a «società per azioni» - , sia per quella pubblica (la cittadinanza). Educare alla cura del senso Ma l’educazione deve anche – forse so- prattutto – mirare alla cura del senso, nella duplice accezione di significato della vita e di direzione in cui andare. Un’educazione che – come spesso oggi accade - si concentri solo sui mezzi e metta tra parentesi i fini non può che essere fallimentare sul piano etico e su quello più ampiamente umano. A determinare questo ripiegamento vie- ne spesso invocata l’idea che non esista una verità valida per tutti e che di conseguenza sia impossibile additare dei valori universa- li. Solo su questa base – si afferma - sareb- be possibile salvare il dialogo e la conviven- za civile, evitando la violenza dei fonda- mentalismi. In realtà, se non c’è verità non c’è neppu- re motivo di confrontarsi con gli altri, che, avendo la «loro» verità, non possono certo ar- rogarsi il diritto di criticare la nostra. Ma, so- prattutto, diventa impossibile dare un valore oggettivo alle proprie mete e orientare ad es- se totalmente la propria vita. Non c’è più lo spazio dell’«essere-per», del dono di sé, del futuro. Resta solo da vivere, in chiave autore- ferenziale, «l’attimo fuggente». È quello che molti giovani si sono ridotti a fare. È in gioco la speranza, senza cui neppure l’impresa edu- cativa avrebbe senso. E solo recuperando la speranza si potrà ritrovare quel coraggio di educare che Cesarina Checcacci ha saputo te- stimoniarci (1). (1) Per una trattazione più ampia e approfondita di questa tematica, mi permetto di rinviare a A. Briguglia- G. Savagnone, Il coraggio di educare. Costruire il dialo- go educativo con le nuove generazioni , Elledici, Torino (Leumann) 2010. i cui programmi sono per lo più incentrati sullo studio del passato. Ma il passato diven- ta tradizione solo se lo si attualizza. Altri- menti è inevitabile che, dopo cinque o sei ore mattutine di cultura senza vita, i ragazzi si abbandonino, il pomeriggio e la sera, a una vita senza cultura. Analogamente, per quanto riguarda l’au- torità, si è passati, tra padri e figli, tra alun- ni e docenti, dalle relazioni asimmetriche senza reciprocità (autoritarismo) del passato a quelle odierne in cui c’è una reciprocità che però annulla la differenza. La sfida è di stabilire un autentico rapporto educativo che, rispettando l’asimmetria tra adulti e ragazzi, valorizzi al tempo stesso la recipro- cità e il dialogo. Educare ad aver cura degli altri Educare alla cura dell’«essere-con» signi- fica aiutare i giovani a comprendere che «nessun uomo è un’isola» (J. Donne) e gli es- seri umani sono tutti indissolubilmente lega- ti tra di loro, cosicché le scelte di ognuno ri- cadono sugli altri, anche quando egli crede di fare solo i «fatti propri». Perciò la libertà non può ridursi a quella, di stampo liberale, che finisce dove comincia quella altrui, ma è anche responsabilità reciproca che «comin- cia» dove comincia quella altrui. Ciò implica – in famiglia, a scuola, nella comunità cristiana, nella vita di ogni giorno - la scoperta del «volto dell’altro» (Levinas), che, al di là del filtro dell’abitudine, ci in- terpella e ci costringe ad uscire dal nostro egocentrismo per rispondere al suo appello silenzioso. Sul piano operativo ciò comporta
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