4 LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXXII - Numero 1-2 - Gennaio-Febbraio 2025 Spiritualità 14.18). Gesù Cristo è pertanto vero uomo, e vero Dio, non in senso derivato, ma Dio vero da Dio vero, coeterno col Padre, generato prima di tutti i tempi, non creato: è una Persona trinitaria che possiede in modo perfetto la natura divina e la natura umana. Proclamando la divinità di Cristo e il mistero dell’incarnazione, della morte e della risurrezione di Gesù, il Concilio di Nicea ha precisato e riaffermato anche il monoteismo trinitario, l’unico Dio in tre persone eguali e distinte, Padre, Figlio e Spirito Santo, mistero dalla Chiesa sempre professato nell’amministrare il sacramento del battesimo. Se non si accetta la divinità di Cristo, svanisce anche il mistero trinitario e si snatura tutto il cristianesimo. Il Padre possiede l’unica natura divina come colui che dona tutto, il Figlio possiede l’unica natura divina come colui che tutto riceve, lo Spirito possiede l’unica natura divina come vincolo d’ amore tra il Padre ed il Figlio. Tre Persone (si è persona quando si è in relazione con un tu) sussistenti in un’unica natura o sostanza, posseduta da ciascuna persona divina con una relazione diversa. Il cristianesimo professa quindi l’unità di Dio, che non è unità numerica, ma di natura, di sostanza, perché Dio è comunione, Dio è amore. Egli è venuto a noi nel tempo con il mistero del suo Figlio che si fa uomo, muore e risorge per noi per comunicarci la sua stessa vita divina, rendendoci suoi figli: una realtà d’amore che avvolge anche tutta la nostra esistenza terrena. Testimonianze poetiche e mistiche Il mistero trinitario ha affascinato anche tanti poeti, antichi e moderni. Il nostro poeta Dante, poeta della fede cristiana tanto da desiderare di ricevere la corona poetica sul fonte del suo battesimo, prova un brivido nella sua intelligenza prima e poi nel suo cuore contemplando il mistero di Dio uno e trino e il mistero dell’incarnazione di Cristo, termine ultimo del suo e del nostro cammino spirituale. O luce etterna che sola in te sidi, mo, che aveva anche numerosi simpatizzanti nella corte imperiale e tra i vescovi dell’impero, continuò ancora per alcuni decenni; divenne oltre che una dottrina eretica una specie di partito politico, e fu considerato con simpatia da alcuni successori di Costantino, in particolare dall’imperatore Costanzo, probabilmente perché la dottrina di Ario poteva giustificare meglio la volontà di potere assoluto nell’immenso dominio romano. L’eresia ariana fu debellata nella Chiesa solo nel concilio di Costantinopoli, nel 381, che riprese e perfezionò, dopo la speculazione teologica dei tre grandi Padri Cappadoci, S. Basilio Magno, S. Gregorio di Nazianzo e S. Gregorio di Nissa, il credo proposto nel Concilio di Nicea. Il simbolo niceno, rivisto ed ampliato, chiamato simbolo niceno-costantinopolitano o semplicemente credo niceno è in uso nella liturgia della Chiesa. Importanza storica ed ecclesiale Il Concilio di Nicea fu sempre considerato dai cristiani come un evento fondamentale e avvolto, soprattutto nelle chiese orientali, da una venerazione religiosa. Esso rimane anche oggi uno stimolo all’unità della Chiesa. Continua infatti ad accomunare i cristiani di tutte le Chiese: i cattolici, gli ortodossi, i luterani, i calvinisti, gli anglicani, gli evangelici, i pentecostali. È significativo che il simbolo niceno cominci con la parola «Crediamo» al plurale per evidenziare tra varie Chiese un’appartenenza comune. Il credo niceno nella sua formulazione originale è normalmente utilizzato nelle assemblee generali del Concilio ecumenico delle Chiese. Ricordare oggi il Concilio di Nicea comporta inoltre, oltre all’impegno per l’ecumenismo e per l’unità della Chiesa, l’approfondimento e il rinnovamento della fede in Gesù Cristo, nel mistero trinitario, nella celebrazione dell’Eucaristia. «Il Verbo si fece carne e dimorò tra noi… Dio nessuno lo ha mai visto. L’Unigenito Dio, che è nel seno del Padre, egli lo ha rivelato» (Gv 1,
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