La Scuola e l'Uomo - n. 1-2-Gennaio-Febbraio 2021
LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXVIII - Numero 1-2 - Gennaio-Febbraio 2021 9 tentico! Mi riferisco alla riflessione sul fatto che, per quanto si sforzasse di insegnare con zelo la religione cattolica, gli alunni percepi- vano quanto ne fosse estremamente lontano. Sciascia racconta un po’ sorpreso questa cir- costanza che, in realtà, non ci meraviglia per niente: i ragazzi, infatti, cercano e apprezza- no coloro che sono onesti intellettualmente e possono qualificarsi come testimoni credibili. Certamente Sciascia, che si diceva cristiano, ma non cattolico, era credibile su tanti temi, ma non completamente su quello! Non sape- va fingere e ciò ne faceva un maestro ed una persona autentica. L’etica di Leonardo Sciascia, che emerge dalle sue pagine, non solo delle «Parrocchie di Regalpetra», è quell’aspetto che, facen- domi superare l’iniziale «scandalo», mi fa apprezzare non solo lo scrittore, ma anche il maestro. Se, infatti, sciasciano vuol dire avere rigore morale, rispetto della dignità delle persone, amore per la legalità e per la giustizia, allora Sciascia, che diceva di non amare la scuola, è stato un buon maestro ed anch’io, appassionata donna di scuola, vorrei, in tal senso, definirmi una dirigente «sciasciana». re quella noia, dovremmo ancora meditare le pagine del pedagogista Celestin Freinet (1896-1966), che, teorico della Pedagogia della Cooperazione, riconobbe validità cul- turale, almeno come dato di partenza, agli interessi infantili popolari, senza sostituirli immediatamente con i programmi scolastici. Con il suo monito «Non separare la scuola dalla vita», raccomandava ai maestri di ogni tempo di far sì che gli alunni non deponesse- ro «il cuore» sul muretto della scuola prima di entrarvi, per poi riprenderlo all’uscita! Nella lucida critica ai libri di testo, con le loro tematiche lontane dalla vita, che il ma- estro Sciascia fa nelle Cronache scolastiche, mi pare di cogliere gli aspetti di quell’inno- vazione pedagogica incarnata da Freinet. Certo la poesia e la grammatica sembravano assai lontane dalla miseria e dal «rancore» di quei bambini, i suoi alunni, cresciuti troppo in fretta a recuperare disperati padri dalle osterie e a contribuire economicamente al sostentamento familiare, andando a servi- zio dai signori del tempo (denominati «cria- ti», in dialetto siciliano «servi», o «carusi», cioè bambini/ragazzi, come, con un minimo di evoluzione sociale, venivano appellati, ferma restando la piaga dello sfruttamento minorile). «I banchi erano vecchissimi e scomodi», artigianali, di pesante legno, come quel- li dell’aula che oggi porta il suo nome, e spesso incisi con le lamette per monelle- ria, erano ben lungi dalle attuali sedute innovative, erano separati dalla cattedra, innalzata dal livello della pavimentazione con una predella di legno e davano vita ad un ambiente di apprendimento rigido. Mi piacerebbe poter raccontare al Maestro che la pandemia ha irrigidito nuovamente gli ambienti ed ha portato la scuola dai ve- tusti ed eleganti edifici del ventennio che ancora ci ospitano, agli ambienti virtuali, con la solita sfida: dare vita ad ambienti di apprendimento che siano, soprattutto, luoghi di relazione. Ma Sciascia la relazione l’ha curata, con quella critica per «il banco degli asini», scandalo di una scuola che non aveva anco- ra imparato ad essere di tutti e di ciascuno e, quindi, veramente inclusiva e, soprattut- to, allorché non riusciva a non essere au-
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