La Scuola e l'Uomo - n. 1-2-Gennaio-Febbraio 2021
LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXVIII - Numero 1-2 - Gennaio-Febbraio 2021 8 «folle» ottimista, che crede che la società non sia per la scuola solo un fattore, e quin- di un dato, ma anche un prodotto. Vorrei incontrarlo nell’aula Sciascia e raccontargli che quei bambini, alunni di un tempo, so- no stati autori, anche grazie all’incontro con quel maestro e con altri simili a lui, di un cambiamento profondo del paese, di un’e- voluzione economica e sociale di cui, sono certa, si sorprenderebbe. Gli direi che nel ricordo affettuoso dei suoi ex alunni («Malgrado tutto» edizione speciale per il decennale dalla morte del no- vembre 1999) è rimasta la dolcezza del suo sorriso, dell’essersi aste- nuto dall’uso della verga, del bastoncino di mandor- lo, sulle spalle dei ragazzi, tanto invocato, in modo scellerato, sebbene fosse vietato già a quell’epo- ca, dagli stessi bambini e dai loro genitori come strumento educativo! Gli ex alunni lo ricordavano come un maestro all’a- vanguardia, dal canto suo Sciascia, osservandoli, analizzava una società ed un paese, per denunciare quanto fosse lontano dalla «ragione». Gli racconterei che, purtroppo, la demotiva- zione del maestro, ancora oggi, qualche volta ser- peggia, in coloro, invero pochi, che continuano a considerare, come alcuni suoi colleghi, gli alunni come dei nu- meri. Ma per Sciascia sono certa che non lo fossero, atteso che quelle giovani vite, icona di un Dopoguerra difficile, erano os- servate con interesse e attenzione dal loro insegnante! Avevano fame, quei bambini, e baruf- favano per andare a refezione a mangiare qualcosa. Oggi no, i bimbi di Racalmuto ge- neralmente vivono dignitosamente, pur con le difficoltà economiche vecchie, cui si sono aggiunte le nuove, causate dalla pandemia. Ed erano annoiati e anche oggi spesso i nostri ragazzi sono malati di noia! Forse, per capi- una Sicilia che, amata e «pianta», diventa metafora ed icona di un’Italia troppo spesso caratterizzata da corruzione ed ingiustizie. Come avevo imparato nel manuale di lettera- tura del liceo, ho ritrovato l’autore che, con stile chiaro ed incisivo, parte dalla sua espe- rienza di insegnante di scuola elementare per descrivere la realtà umana e sociale di un paese della Sicilia «Ho tentato di racconta- re» - afferma nella prefazione dell’edizione Laterza del 1963 – «qualcosa della vita di un Paese che amo, e spero di aver dato il senso di quanto lontana sia questa vita dalla libertà e dalla giustizia, cioè dalla ragione.» Mi ha colpito e, for- se, scandalizzato l’af- fermazione «Non amo la scuola; e mi disgustano coloro che, standone fuo- ri, esaltano le gioie ed i meriti di un simile lavo- ro.» Considero un onore ed un privilegio lavorare a contatto delle nuove ge- nerazioni, accompagnan- dole nell’avventura di apprendere. Perché il ma- estro Sciascia non amava la scuola? Probabilmente sentiva di avere una vo- cazione peculiare, dalla quale il lavoro scolastico avrebbe potuto distrar- lo: lasciare a noi siciliani e alla cultura italiana un patrimonio letterario di grande valore. Ma al di là del dato testuale, ribadito in un’altra pagi- na del romanzo («Così mi vedo dentro una condanna da scontare fino alla fine o, come dicono i colleghi, fino alla pensione»), nello sguardo attento alla povertà dei suoi alun- ni, letta attraverso la lucida descrizione dei poveri giochi, dei vestiti logori, delle scar- pe inadeguate a proteggere dal freddo e dal fango di un paese ancora agricolo che viene descritto come l’albergo preferito della neb- bia e della muffa, vedo la cura educativa di un buon maestro. Se potessi lo inviterei a discutere in pre- sidenza di come un educatore non può che essere un inguaribile e fiducioso, magari
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