Gennaio-Febbraio-2016
LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXIII - Numero 1-2 - Gennaio-Febbraio 2016 34 ventato scontato in Italia (e in pochissimi altri paesi, come la grecia e il portogallo). Il curricolo de mauro sosteneva, invece, che «la storia generale dovesse essere studiata una sola volta e bene». Quindi: con un nu- mero congruo di ore e posta al centro del curricolo verticale, fra scuola media e bien- nio, in piena armonia con un’idea di scuola di base lunga fino ai quindici anni. Quella proposta riscosse un notevole interesse presso i docenti, contraddetto da una fero- ce, e vincente, avversione da parte dell’ac- cademia e della stampa. Venne quindi riti- rata e riformulata dalla moratti nei modi che conosciamo. I cicli diventarono due. Il primo venne dislocato fra elementari e me- die, salvaguardando, in questo modo, la fi- ne anticipata del curricolo per tutti, che re- sta nei fatti chiuso ai tredici anni, e la struttura a canne d’organo della secondaria superiore. non sappiamo cosa ci riservi il futuro, so- prattutto nel caso il corso di studi venga ri- dotto di un anno. ad ogni buon conto, è im- portante sottolineare come la Sisem, l’asso- ciazione che riunisce gli storici modernisti italiani, abbia sposato la partizione propo- sta da de mauro, dimostrando così che al- meno una parte dell’accademia ha ripensa- to le sue posizioni originarie. I tre cicli attuali si assomigliano per la loro struttura. Si compongono di un biennio e di un triennio e, quindi, pongono al loro interno un problema di continuità. fra la scuola dell’infanzia e la primaria, nel primo ciclo preparatorio; fra la primaria e la se- condaria, nel secondo; infine, fra il biennio e il triennio nella secondaria superiore. ov- vio notare che questo problema si può risol- vere unicamente con una organizzazione degli istituti, che permetta ai docenti inte- ressati di lavorare insieme, progettare in- sieme il curricolo e confrontare i risultati. I tre cicli si differenziano, invece, per gli obiettivi e, per quanto riguarda la seconda- ria superiore, anche per la «filosofia» di fondo. al primo ciclo si possono assegnare traguardi generalissimi: capire come funzio- na una società; capire come, all’interno di una società si articolano le diverse funzioni (alimentarsi, abitare, lavorare, difendersi ecc); possedere alcuni concetti storico-so- ciali: legge, famiglia, lavoro, città (ecc.) e, come ormai è tradizione nelle fasi prepara- torie, impostare i concetti metodologici fondamentali del ragionamento storico: tempo, spazio e documenti. al secondo ciclo pertiene il possesso di una visione generale della vicenda umana sul pianeta terra, con alcune «zoomate» in direzione della storia più vicina al soggetto (quadri di storia macroregionale, mediterra- nea o europea; quadri di storia italiana; la- boratori o approfondimenti sul territorio). Si richiede, al termine del percorso il pos- sesso sicuro degli elementi costitutivi del ragionamento storico. decisamente disarmonico è il terzo ciclo. progettato al tempo del governo gelmini, ne ha seguito fedelmente l’indicazione poli- tica di fondo - riportare la scuola ai tempi precedenti il Sessantotto – dettagliando un programma che ricalca quello promulgato al principio degli anni ’60, con aggiornamenti solo cronologici, ma con riferimenti storio- grafici così datati, da imporre al docente seri problemi di deontologia professionale. Certamente, questa discrasia non farà che dare fiato all’argomento, secondo il quale l’innovazione didattica nella scuola di base ostacolerebbe il successo formativo nelle superiori. Un argomento difficile da battere, come tutti gli stereotipi didattici, che non arretrano nemmeno all’evidenza che da sempre , le superiori si lamentano del lavoro della scuola di base, quale che sia il loro grado di innovazione. Un atteggia- mento, peraltro, condiviso dai docenti della secondaria inferiore quando, al principio della prima, obbligano gli allievi ad una ri- passata velocissima, quanto inutile, della storia studiata nella primaria. In conclusione, queste Indicazioni , come tutti i testi che propongono qualche innova- zione reale, richiedono un forte lavoro di formazione, che – si deve riconoscere – è sostanzialmente mancato. le cifre stanziate sono state così ridotte (un decimo di quelle, pur risicate, spese da fioroni nel 2007), che nonostante l’intelligenza e l’impegno del gruppo che ha organizzato il piano naziona- le di formazione, non mi pare che si sia rag- giunto l’obiettivo minimo di far conoscere ai docenti italiani la nuova situazione lavo- rativa (culturale e pratica), aperta dal testo legislativo.
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