Gennaio-Febbraio-2016
LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXIII - Numero 1-2 - Gennaio-Febbraio 2016 30 trecciata con il suo impiego pratico: i saperi utili sono (sarebbero) più importanti dei sa- peri ai quali è improbabile collegare qual- che conseguenza pratica. di qui la convin- zione che anche la scuola dovrebbe essere «utile» nel senso di «servire» a qualcosa, tesi inevitabilmente associata (invero un po’ banalmente, ma più le questioni sono complesse più si cercano scorciatoie sempli- ficatrici) alla spendibilità pratica dello sfor- zo intellettuale. Studiare non servirebbe, detto in altro modo, se non si intravede un corrispettivo immediato, esigibile, concreto. di qui la complessiva implicita svalutazione – credo sia nell’esperienza di molti docenti – dei sa- peri riflessivi e la sopravvalutazione di quel- li pratico-empirici. la scuola perde inoltre la sua storica funzione di luogo di passaggio della memoria e della tradizione, immer- gendosi e confondendo con i problemi del quotidiano. tende a sbiadire la convinzione che gli anni trascorsi a scuola siano non solo un ne- cessario, ma anche un utile tirocinio di esercizio intellettuale indispensabile per la conquista dei significati personali. la semplifi- cazione indotta dai mezzi tecnologici unita a un diffuso conformi- smo di stili di vita e di pensiero è, a sua volta, interattiva con la ridut- tiva concezione del sa- pere della scuola della competenza. la seconda conse- guenza riguarda la so- pravalutazione della di- mensione cognitiva del soggetto che apprende se confrontato con altri aspetti della personali- tà del medesimo sog- getto. Siamo proprio certi che la realizzazione della capacità di una persona si manifesti soltanto in quello che è capace di fare? negli stessi ambienti della produzione ed economici si levano ro- buste le voci dei protagonisti più accorti a reclamare la formazione di giovani dal pro- filo non solo professionalmente competen- te, ma anche umanamente e socialmente ricco. Sono ben noti i richiami, per citare un solo esempio, di James J. Heckman sull’im- portanza delle non cognitive skills (motiva- zione, tenacia, perseveranza, affidabilità, auto-disciplina) nel successo delle persone e in funzione della loro felicità e la fallacia delle misurazioni standardizzate centrate sugli aspetti cognitivi. al punto che proprio Heckman negli scritti più recenti è addirit- tura arrivato a parlare della necessità che la famiglia e la scuola, se vogliono assicura- re un futuro sereno ai rispettivi figli ed al- lievi, si premurino di forgiarne il carattere e cioè un temperamento adatto a confrontar- si con le difficoltà della vita. In una società immersa nei beni materiali e senza memoria, percorsa da insicurezza e instabilità, frammentata in reti sociali sem- pre più piccole e fragili possiamo continua- re a coltivare l’illusione che sia possibile puntare nella scuola sulla sola o prevalente carta della competenza? oppure occorre ag- giornare al più presto i modelli teorici di ri- ferimento, le mappe pedagogiche, ripensa- re le ragioni profonde dell’educazione sco- lastica, sganciandola dal principio di effi- cienza e restituendole la sua principale fun- zione: quella di innalzare il livello culturale e la consapevolezza etica dei suoi allievi?
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