Gennaio-Febbraio-2016
LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXIII - Numero 1-2 - Gennaio-Febbraio 2016 12 ispirazione nella fede, può aiutare il tener viva la memoria - una memoria che funge da concreta ispirazione pratica - che dio opera nel cuore di ogni ragazzo. dio, per così dire, è già arrivato , prima di noi, e sta già operando. la centralità del ragazzo può fare alleanza, al di là di quel che può sembrare e lungi da qualsiasi tratto di fon- damentalismo, con la centralità dell’opera educativa di dio. È lui il primo educatore. 2. Una relazione nella differenza per liberarci dall’indifferenza la subordinazione delle proposte al pro- cesso di crescita della persona, se vissuta con superficialità, può alimentare un senso di relativismo, che in realtà non aiuta l’educazione. Si potrebbe far strada non solo una carenza di propositività educativa ma anche il senso che le proposte sono in fondo tutte uguali e che possono essere ac- costate in modo parziale e strumentale. Ci si può costruire anche un’etica (e anche una religione) del “fai da te”, che lascia imprigionati nel proprio mondo soggettivo. perché le proposte, non solo quelle che provengono da un’altra cultura ma anche quelle che vengono dalla nostra tradizione, siano accostate per quello che sono, è ne- cessaria la pratica costante di una relazio- ne nella differenza . non è solo una pratica intellettuale e di riconoscimento culturale. non si tratta, cioè, solo di una accoglienza corretta e rispettosa di ciò che viene da fuori. Si tratta di una pratica relazionale, fatta di superamento della paura, di reale reciprocità, di prendersi cura, di esercizio della responsabilità, di scambio di sguardi, di reale attraversamento delle differenze. Un attraversamento che riconosce e pro- muove l’originalità di ciascuno, senza omo- logazioni o mortificazioni. ogni relazione, anche coi vicini, con quelli del nostro gruppo e della nostra cul- tura, è sempre un attraversamento della differenza. È una reale uscita dal proprio mondo, da se stessi, dalla propria visione e dalla propria precomprensione. Viviamo di precomprensioni ma siamo chiamati a rom- perle o a lasciarcele rompere. non solo per entrare nella visione dell’altro e per com- prenderlo correttamente, ma per abitare un terreno che va al di là delle visioni e delle comprensioni e dove è in gioco l’af- fetto e la concreta capacità di volersi be- ne. l’incontro, prima che essere un fatto culturale o di intelligenza, è, potremmo dire, un fatto corporeo, fatto di gesti, azioni, movimenti; è un fatto affettivo, ri- schio di contatto, di esporsi, di accogliere, di far emergere una responsabilità per l’altro, che forse è già iscritta nella nostra carne . Spesso, dietro i ragionamenti se acco- gliere o non accogliere gli altri, si nascon- dono le nostre incapacità relazionali, la nostra fatica ad uscire dal nostro mondo. Si nasconde cioè l’ indifferenza per l’altro. la visione che ci facciamo dell’altro funge da protezione per non uscire da noi stessi, per non abitare la differenza. Vivere con gli stranieri potrebbe diventare una risorsa nell’ottica di riconciliarci con il richiamo che l’estraneità di ogni altro ci fa. ogni al- tro, per quanto io lo conosca e per quanto lui entri in una mia visione, rimane sempre uno straniero per me, radicalmente diffe- rente da me, e tale provocazione non può essere tacitata. forse, anzi, questa provo- cazione si porta dentro la promessa del senso del vivere, la possibilità di apertura alla verità delle relazioni umane e anche la possibilità di riconciliarci con l’ estraneità di noi stessi , con quella parte di noi stessi che sfugge al nostro controllo (o da cui fuggiamo) e che potrebbe essere invece fo- riera di doni e di riconciliazione col dono che è la vita stessa. gli ambienti educativi sono sfidati oggi ad operare questo spostamento dal piano delle visioni (umane, religiose, della vita) al piano della concreta relazione umana. le differenze di tradizione, di cultura e di religione, vanno ricondotte alla pratica dell’abitare la differenza della relazione S p i r i t u a l i t à
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