Gennaio-Febbraio-2015

LÂ TAGHDAB, NON TI ARRABBIARE Ahmad Abd al Majid Macaluso, Coreis Italiana - Regione Sicilia, sede di Palermo U n giorno un beduino si avvicinò al Pro- feta Muhammad, chiedendogli un in- segnamento. Il Profeta gli disse: «non ti arrabbiare» (in arabo, lâ taghdab ) . L’uo- mo, irritato, insistette con la sua richiesta di un insegnamento. Il Profeta gli rispose di nuovo: «non ti arrabbiare». Sempre più con- citato e in preda all’ira, l’uomo chiese al Profeta di insegnargli qualcosa di più impor- tante. Il Profeta Muhammad per l’ultima volta gli rispose: «non ti arrabbiare». Arrab- biato e deluso, l’interlocutore del Profeta se ne andò e tornò alle sue abitudini. Cosa possiamo imparare da questo episo- dio, riportato nella Sunna del Profeta? Innan- zitutto, che non basta aver conosciuto il Pro- feta Muhammad per riconoscerne gli insegna- menti. Possiamo andare oltre, meditando più a fondo su questa storia: cosa ci aspettiamo che siano gli insegnamenti del Profeta Mu- hammad? Perché «non ti arrabbiare», oggi come allora per il beduino, non sembra voler essere catalogato come «un insegnamento del Profeta Muhammad» o «un insegnamento importante del Profeta Muhammad»? Quali sono le nostre fonti di riferimento quando parliamo di dottrina islamica? Che cosa ci aspettiamo dalla dottrina islamica? Eppure al beduino il Profeta non volle insegnare nien- t’altro. Non era forse «non ti arrabbiare» un eccellente insegnamento? Quando si parla di «moderazione» nel- l’Islam, è a questo episodio che converreb- be riferirsi: si tratta di riscoprire il valore del «grande jihad», quello rivolto a combat- tere la passionalità incontrollata della pro- pria anima, che genera invidie, gelosie, ri- cerca di poteri sulle persone o sulle anime, ire e violenze. Dopo gli attentati di Parigi è stata invo- cata a gran voce una presa di posizione for- te da parte dell’«Islam moderato». Questo concetto ha senso solo se bisogna distin- guerlo dall’estremismo. Ma la moderazione diventa un concetto sbagliato se lo si attri- buisce alla vera identità di una dottrina e di una comunità religiosa. Così come un estre- mista non potrà mai essere un buon musul- mano, cristiano o ebreo, allo stesso modo, un buon credente non è necessariamente una persona che vive la sua fede in modo tiepido. C’è un Islam autentico, fatto di persone religiose che seguono con serietà, intelligenza e profondità i principi della fe- de e della pratica rituale dell’Islam da 14 secoli in tutte le regioni del mondo. Poi c’è un recente gruppo di estremisti, che abusa- no di alcuni slogan ricavati dalle fonti isla- miche per promuovere una ideologia di po- tere con arroganza e violenza. Quindi, da un lato, abbiamo una civiltà millenaria che è composta da fedeli di varia cultura, nazionalità, lingua, sensibilità e partecipazione sociale e, da un altro lato, abbiamo un movimento di rivoluzionari i quali, basandosi su ideologie e movimenti politici molto recenti, strumentalizzano al- cuni aspetti dell’Islam mal compresi e senza legittimità. In termini quantitativi, il fonda- mentalismo islamista si calcola che abbia influenzato una minoranza (molto rumoro- sa) di persone sia in Europa che nel resto del mondo. Nel mondo arabo, c’è forse una maggiore crisi sociale e di interpretazione della religione con confusioni tra politica e nazionalismo. La comunità islamica presente in Italia ha reagito con grande sgomento per la viltà degli attacchi non solo dell’attentato a Pa- rigi ma anche di tutte le efferatezze com- piute prima e dopo di esso e condanna sen- za appello le ripetute violenze a danno di altri esseri umani. Cosa possiamo dire, oggi, in nome del- l’Islam, al mondo occidentale? Di non cedere alla tentazione di vendet- 7 LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXII - Numero 1-2 - Gennaio-Febbraio 2015

RkJQdWJsaXNoZXIy NTYxOTA=