Gennaio-Febbraio-2015
SNV, INVALSI E CULTURA DELLA VALUTAZIONE Giancarlo Cerini, Ispettore MIUR Un senso per il Sistema Nazionale di Valutazione L’avvio del Sistema Nazionale di Valuta- zione (Dpr 80/2013) ripropone alla scuola il tema controverso del ruolo delle rilevazioni strutturate dell’apprendimento attraverso le prove Invalsi, ma ne cambia anche il signifi- cato perché le colloca in uno scenario valu- tativo più ampio. Ma procediamo con ordi- ne. La generalizzazione delle rilevazioni de- gli apprendimenti attraverso prove nazionali standardizzate (legge 176/2007) si inserisce in un trend che ha visto un’enfasi crescente in materia di valutazione, con l’introduzione di nuove norme nella scuola di base (ripristi- no del voto in decimi, valutazione del com- portamento, esame di terza media più impe- gnativo, certificazione delle competenze, ecc.) e con l’accelerazione dei programmi di valutazione delle scuole. Su questo punto la Direttiva 11/2014 delinea un ciclo triennale articolato nelle fasi di autovalutazione, va- lutazione esterna, miglioramento e rendi- contazione sociale che coinvolgerà che crea- no inquietudini e interrogativi. È utile, prima di addentrarsi nelle tecni- calità delle nuove procedure valutative, in- terrogarsi sul quadro culturale sotteso al Si- stema di valutazione. Nella scuola italiana, in particolare nella scuola di base, tale cul- tura si ispira all’idea di una valutazione for- mativa, quella che «precede, accompagna, segue» l’azione didattica, che è finalizzata al miglioramento dei risultati, pur in una vi- sione più ampia che considera anche la va- lutazione di sistema, le prove strutturate, la valutazione autentica, ecc. come bene esplicitano le Indicazioni per il curricolo (DM 254/2012). In generale prevale l’atten- zione ai dati di contesto, ad una valutazio- ne di processo, alla personalizzazione dei percorsi e questo approccio non sempre è facilmente correlabile al tema degli standard di apprendimento, che è invece la logica sot- tesa alla presenza di prove appunto standar- dizzate. È però paradossale che le maggiori resistenze alla prove Invalsi si verifichino nella scuola secondaria di II grado, dove le pratiche valutative non sembrano proprio ispirarsi all’idea di valutazione formativa. Prove Invalsi e valutazione «formativa» È possibile collocare le prove Invalsi al- l’interno di una cultura della valutazione formativa? Spesso ci sono equivoci e fraintendimenti su questo punto. Per i docenti sono difficili da accettare alcuni presupposti docimologi- ci, che affermano che: — una buona prova deve «discriminare» le prestazioni degli allievi (cioè deve poter far emergere tutte le possibili sfumature di risposta e i diversi livelli di difficoltà), mentre noi vorremmo che la maggior par- te dei ragazzi raggiungesse il massimo dei risultati positivi; — che le prove devono prescindere dai per- corsi didattici realmente praticati, che i criteri di valutazione dovrebbero essere comuni per tutti i ragazzi… come verifica di raggiungimento di standard essenziali, mentre noi li vorremmo fortemente per- sonalizzati, ad hoc; — che le prove strutturate offrono garanzie di «oggettività» nella loro formulazione, somministrazione, interpretazione, men- tre si sottovaluta la loro spinta alla con- vergenza delle risposte, l’accantonamen- to di processi cognitivi più aperti, creati- vi, olistici. Esiste un movimento di pensiero, inter- nazionale, che contesta l’uso massiccio del testing, per il rischio di ridurre la qualità degli apprendimenti ad una rilevazione 25 LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXII - Numero 1-2 - Gennaio-Febbraio 2015
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