Novembre-Dicembre 2019
Lo Scaf fale LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXVI - Numero 11-12 - Novembre-Dicembre 2019 31 Vi ta del l ’Unione Diverse da quelle che sapevamo noi, certo, ma questo non vuol dire che non siano meno im- portanti, tutt’altro. Certamen- te sono più adeguate ai tempi cambiati. Sono meno disinvolti di noi con il PC, ma sono im- battibili con il cellulare. È vero che sono sempre sui social , ma questo è il loro modo si raccon- tarsi e di vivere le esperienze. Diversamente da noi, che esau- rivamo le nostre esperienze nel vissuto, per loro l’esperienza deve essere completata con la condivisione per dirsi conclu- sa. Questo il motivo profondo della loro continua necessità di «postare» ogni momento della loro giornata. Rispetto alla pre- cedente generazione poi sono molto meno competitivi e più condivisivi. E anche più schietti di quanto non lo fossimo noi, si confidano con facilità, al punto da esporsi fin troppo, ed hanno un rapporto molto immediato con il corpo. Date queste coordinate, An- namaria Rondini ha proposto di esplorare quattro frontie- re: la condivisione tramite so- cial , il corpo, il selfie , e infine i tatuaggi. Possono sembrare orizzonti privi di connessione tra loro, invece rappresentano tutti punti di riferimento cui il giovane ricorre per trovare un ancoraggio del suo «io» in una società fluida. Vediamoli. La condivisione: in un con- testo liquido ed individuali- sta, dove l’afflato politico si è sensibilmente affievolito, le Istituzioni hanno perso auto- revolezza, il soggetto non può trovare legittimazione e ricono- scimento del suo io se non negli altri. Come ricorda Paul Ricoeur «L’ uomo desidera esistere non grazie all’affermazione di sé, ma attraverso la grazia del ri- conoscimento altrui». È eviden- te che la comunicazione non risponde ad un bisogno comuni- cativo, quanto al bisogno fatico di segnalarsi all’altro come una presenza significativa, in cerca di un riconoscimento.» Io, per te, ci sono, conto qualcosa?» Il corpo. In una società fat- ta di provvisorietà, di progetti a breve termine, dove nulla è permanente, il mio corpo è ri- masto l’unico elemento solido cui ancorarmi per fare un’e- sperienza duratura. Non solo: anche esso diventa strumento di narrazione a me stesso e agli altri al punto che, quando non corrisponde più al modello di me che voglio trasmettere, lo modifico. E non solo, come tem- po fa, ritoccando le mie foto, ma ritoccandolo direttamente. La chirurga estetica e anche le pratiche sportive da tempo hanno perso la funzione di man- tenere il corpo in buona forma o correggere difetti fisici o ri- mediare i deperimenti dell’età per assumere la funzione di ri- modellare il corpo perché narri di me ciò che vorrei essere. Terza frontiera: il selfie . Ciò che differenzia il selfie da una foto scattata da un altro non è l’inquadratura che resta più o meno la stessa, ma il fatto che il controllo dell’immagine ce l’ha lo stesso soggetto che si fo- tografa che ha la possibilità di condividere in tempo reale ciò che vene inquadrato e soprat- tutto ne ha il controllo. Rappresenta, più che una foto, una sorta di diario emo- tivo che, anche questo, non ha reale funzione comunicativa quanto piuttosto narrativa o autonarrativa consentendo nel contempo di catalogare e pro- cessare le emozioni. E veniamo all’ultima frontie- ra, il tatuaggio. Anni fa era uno stigma, rele- gato al mondo della marginali- tà. Attualmente invece, dalla generazione dei millennials in poi, va dilagando. Anche esso ha funzione biografica, narrati- va e autonarrativa. Non di rado i giovani si tatuano i nomi dei nonni che rappresentano per loro ad una figura orientante ancor più dei genitori, o ricor- rono a immagini con cui fissare fatti significativi della loro vita spesso più per sé che per agli altri. Nuovamente un tentativo di narrazione permanente in un mondo fluido. Concludendo. Nel chiudere la sua rigorosa e originale analisi delle nuove generazioni, Annamaria Rondi- ni ha indicato alcune piste da percorrere per riagganciare una comunicazione efficace con i giovani. Piste non facili, anzi: piene di insidie ma ineludibili. Innanzi tutto emerge fortissi- mo il bisogno di condivisione e narrazione: va colto, recupera- to e coltivato. Altro fronte che può costitu- ire una grande risorsa è quello del corpo con cui le generazioni precedenti, anche per una cer- ta educazione religiosa, hanno vissuto un rapporto conflittuale e che invece i ragazzi di oggi vivono con grande spontanei- tà. Teniamone conto. Emerge evidente anche un bisogno di relazioni solide e significative: non facciamole mancare. Ed in- fine non lasciamo cadere la im- pegnativa ma precisa sfida che i giovani ci stanno lanciando, e cioè che è sempre possibile migliorarsi perché ciascuno di- spone di incredibili potenzialità rigenerative. Per tradurla con un neologismo: «fotoshopparsi» a tutti i livelli, fisico e spiritua- le, è sempre possibile, loro lo fanno. Anche noi adulti diamoci una scossa e rimettiamoci in pi- sta assieme a questi nostri gio- vani. (Marina Del Fabbro)
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