Novembre-Dicembre 2019
LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXVI - Numero 11-12 - Novembre-Dicembre 2019 13 il fine «fioritura integrale» di ogni persona, infatti, riescono davvero a concretizzare e a valorizzare la parte per la quale sembrano addirittura rivendicare il carattere di tutto. Solo se si recupera la rousseauiana «for- mazione dell’uomo», a livello primario o superiore poco importa, si può, insomma, anche ammettere che scuole primarie, se- condarie e superiori (Its, Ifts e università) siano, in alcune circostanze e a determinate condizioni, anche falansteri alla Fourier, ap- parati storici nazionali istituiti per plasmare il cittadino, fucina di meritocrazia, luoghi di accumulazione del capitale umano a fini eco- nomici e professionali, trasmissione massiva di conoscenze per superare l’ignoranza; ma tutto questo è pedagogicamente legittimo e positivo se e solo se, per phronesis pedago- gica, ogni aspetto parziale appena menzio- nato è nient’altro che occasione perché lo studente si compia al meglio possibile in tut- te le sue componenti di persona umana che vive nella complessità della storia e nel mon- do che gli sono dati da protago- nista libero e respon- sabile, non da vittima di forze, scelte e fini che lo sovrastano e che gli si impongono in manie- ra passiva e destina- le. Cioè è vero, in ultima analisi, per ri-dirla con Rous- seau, che se «formo l’uomo», tutto il resto, dal cittadino al capitale umano al sapere, sono effetti collaterali necessari, e, come l’intendenza secondo Napoleone, seguiran- no. Ma è assurdo pensare o addirittura le- giferare, in Italia o in Europa poco importa, per il contrario: gli effetti, per loro natura, non potranno mai essere causa. della finanza internazionale. Fine dell’istruzione primaria, secondaria o superiore di ciascuno, in quinto luogo, non può essere nemmeno l’impadronirsi delle nuove conoscenze maturate con la ricerca scientifica da parte di chi non le conosce. Giusto fare ogni sforzo perché chi le sa le insegni (nessuno diceva Aristotele può inse- gnare ciò che non sa). È un grande servizio sociale e culturale quindi l’insegnamento. Il sapere come fiaccola lucreziana consegnata dalle mani di chi sa a chi non sa, da una ge- nerazione all’altra. Ma è altrettanto giusto ammettere che se l’insegnamento diventa il fine dei percorsi di istruzione il rischio pale- se diventa quello di dimenticare che non ba- sta insegnare, e pure saper insegnare bene, per suscitare l’apprendimento personale e, quindi, la possibilità di formar- si. Ne era ben consapevole già Platone, nei suoi dialoghi, ma la pedagogia e tutte le scienze dell’e- ducazione contemporanee ce lo hanno dimo- strato anche in modo empiricamente inop- pugnabile. Il fine dell’istruzione Ecco perché si può dire, in conclusione, che l’unico vero fine dell’istruzione, sia essa primaria, secondaria o superiore, è di essere mezzo, occasione, enzima per la formazione di ciascun studente, ovvero carburante per promuovere al meglio possibile le condizioni per la «fioritura integrale» delle capacità di ogni persona, così da trasformarle in com- petenze segnate dall’unicità dell’eccellen- za individuale. Solo così cresce tutto l’uo- mo, non solo una parte di esso. Questo fine contiene, autentica e colloca, per ciascuno, nella giusta misura tutti gli altri. E solo con- cretizzando questo si realizzano senza squi- libri e deformazioni anche tutti quelli prima indicati come non-fini . In questo senso, i non-fini precedente- mente elencati dell’istruzione primaria, se- condaria e terziaria non sono per sé falsi. Commettono soltanto l’errore di scambiare la parte per il tutto, ponendo un fine relativo e contingente come un fine assoluto. Dicono perciò il vero per quanto affermano, sebbe- ne sbaglino per quanto tacciono e magari ad- dirittura negano. Solo se essi sono mezzi per
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