Novembre-Dicembre 2019
LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXVI - Numero 11-12 - Novembre-Dicembre 2019 10 L a pedagogia, in Italia, conta, nella poli- tica e nei mass media, come un due di coppe a briscola con in banco spade. Non è riuscita nella storia, e non riesce tuttora, purtroppo, ad ispirare le idee e le azioni col- lettive non solo della cosiddetta opinione pubblica ma perfino degli stessi addetti al sistema scolastico e universitario/superiore. Non si dice una novità, quindi, se si ri- corda che, da noi, manca una condivisione pubblica sul fine pedagogico di ogni istru- zione, primaria o secondaria o terziario-su- periore che sia. Per questo si attribuisce di solito più importanza alla qualificazione primaria invece che secondaria o superiore dell’istruzione rispetto al comprendere e al conseguente agire che, a qualsiasi livello ci si collochi, ogni istruzione non è un valore in sé, oggettivo, separato dai soggetti a cui è rivolta o che la elaborano, ma è un valore se e solo se è vivo alimento per la piena for- mazione umana personale di ogni studente a cui è rivolta o di «maestro» che la insegna. Ovvero se e quando è occasione, ai diversi livelli, per consentire a ciascuno di diventare migliore, più compiuto e completo, in sé e nelle relazioni con gli altri e con il mondo, nella totalità delle sue dimensioni di esisten- za personale. Da questo punto di vista, pur sapendo dai tempi di Aristotele che ogni fine si può conoscere davvero solo alla fine (perché il fine non è mai un «che cosa» di astratto, di teoretico che si può pensare con chiarezza e distinzione, ma al contrario è sempre, e in ogni momento, un «che cosa» di attua- to, cioè di pratico, di agito, che contiene in sé, ovviamente, anche la ragione teore- tica e tecnico-poietica del proprio costitu- irsi e svolgersi), è, tuttavia, decisivo essere consapevoli del fine pedagogico (da «dover essere») a cui è chiamata a tendere e ad in- carnarsi ogni istruzione che intenda risulta- re poi alimento di formazione personale. Ne va, infatti, della qualità di ogni percorso di vita personale, sociale e professionale, che significa, poi, ricerca della massima felici- tà, compiutezza, perfettibilità, libertà, re- sponsabilità morale, relazionalità, razionali- tà, creatività, imprenditorialità, prudenza, gusto estetico, professionalità possibili ad ognuno, nelle condizioni storiche e ambien- tali date. I fini, infatti, non esistono in un concettuale iperuranio teleologico, ma solo negli atti concreti di una «singolarità inso- stituibile», perché solo a partire da questa insostituibilità «si può parlare di soggetto responsabile» che cresce e può far crescere nella relazione educativa (1). I non-fini dell’istruzione Ora, alla luce di queste consapevolezze di antropologia pedagogica, si può sicuramen- te affermare che il fine dell’istruzione che intenda promuovere vera formazione non può essere, come spesso è di fatto stato, il tenere occupati i giovani in appositi falan- steri scolastici perché, lasciati in strada, o in famiglia da soli, causa genitori al lavoro, sarebbero socialmente più pericolosi o per- ché non avrebbero nulla di meglio con cui passare il tempo. Allo stesso modo, il fine dell’istruzio- ne non può essere quello che tanto fece a suo tempo infuriare Rousseau: pretendere QUAL È IL FINE DELL’ISTRUZIONE? CRITICA DELLA RAGION PEDAGOGICA SUL SENSO DELLA SCUOLA Giuseppe Bertagna, Università di Bergamo (1) J. Derrida, Donare la morte (1999), trad. it., Jaca Book, Milano 2002, p. 87.
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