11-12 Novembre-Dicembre 2025

53 LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXXII - Numero 11-12 - Novembre-Dicembre 2025 permette di leggere la complessità e di agire con pertinenza. Questa prospettiva diventa cruciale quando consideriamo l’emergenza educativa del nostro tempo come prioritariamente un’emergenza etica. La scuola rischia di trasformarsi in quel «non-luogo» anonimo e transitorio di cui parla Marc Augé: uno spazio senza relazioni significative, dove docenti e studenti si incrociano senza veramente incontrarsi. Al contrario, la cura dell’educare richiede che la scuola rimanga autentico «luogo» di relazioni significative, spazio dell’incontro educativo dove la persona del docente e quella dell’allievo si confrontano in un dialogo formativo che va oltre la mera trasmissione di contenuti. Metodologie formative per la riflessività e la cura Se competenze metacognitive e cura dell’educare rappresentano obiettivi della formazione UCIIM, occorre chiedersi quali metodologie possano effettivamente promuoverli. Se l’UCIIM assume come proprio orizzonte il personalismo e la cura, questa scelta deve tradursi in metodologie che mettano effettivamente al centro la persona del docente, rispettandone l’esperienza, valorizzandone le competenze, favorendone la crescita autonoma e riflessiva. 1) La ricerca-azione come dispositivo metacognitivo La ricerca-azione rappresenta il paradigma metodologico più coerente con lo sviluppo di competenze metacognitive. Seguendo la definizione di Stephen Kemmis, si tratta di un approccio che parte da situazioni problematiche concrete vissute dai docenti, sviluppa soluzioni attraverso l’azione diretta, integra ricerca teorica e pratica professionale, produce miglioramenti continui e verificabili. Il docente non è qui oggetto passivo di formazione ma ricercatore attivo della propria pratica. Non riceve dall’esterno ricette preconfezionate ma elabora soluzioni contestualizzate, sperimentandole sul campo, verificandone l’efficacia, modificandole sulla base dei risultati. Questo ciclo virtuoso tra teoria e pratica genera un sapere professionale denso, situato, immediatamente spendibile ma anche teoricamente fondato. 2) Le comunità di pratica come spazi di cura condivisa Le comunità di pratica costituiscono il secondo dispositivo metodologico fondamentale, particolarmente efficace per coltivare quella dimensione di cura che è essenziale alla relazione educativa. Troppe volte l’insegnante lavora in solitudine, senza occasioni strutturate di confronto con i colleghi, senza possibilità di condividere dubbi e scoperte, senza beneficiare dell’esperienza altrui. Le comunità di pratica creano spazi di scambio tra pari, riducono l’isolamento professionale, permettono la circolazione orizzontale del sapere pratico. Ma fanno qualcosa di più: costruiscono una cultura della cura condivisa, dove il prendersi cura degli studenti diventa responsabilità collettiva, dove le difficoltà possono essere elaborate insieme, dove le buone pratiche vengono messe in comune. In questi spazi si coltiva quella che potremmo chiamare una «comunità di cura educativa», dove la riflessività individuale si intreccia con il confronto collegiale, dove la solitudine del docente si trasforma in solidarietà professionale. 3) La documentazione come pratica riflessiva Un terzo elemento metodologico essenziale è la documentazione delle pratiche educative. Documentare non significa semplicemente registrare ciò che accade, ma costruire una memoria riflessiva dell’azione educativa, rendere visibili i processi, creare tracce che permettano di ritornare sull’esperienza per rileggerla criticamente. La documentazione è un potente strumento metacognitivo perché obbliga a selezionare ciò che vale la pena conservare, a dare forma narrativa all’esperienza, a cercare le connessioni tra teoria e pratica. È anche uno strumento di cura, perché rende visibile il lavoro educativo, valorizza l’impegno dei docenti, crea patrimoni di esperienze che possono essere condivisi e che costituiscono la memoria storica della comunità educativa. Troppo spesso le esperienze innovative restano confinate nell’ambito ristretto in cui nascono, senza possibilità di contaminare altri contesti. Una programmazione formativa

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