11-12 Novembre-Dicembre 2025

52 LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXXII - Numero 11-12 - Novembre-Dicembre 2025 La cura dell’educare: un’etica della responsabilità relazionale Accanto alle competenze metacognitive, la proposta formativa UCIIM deve porre al centro quella che Luigina Mortari definisce «cura dell’educare». Si tratta di una dimensione che va oltre la competenza tecnico-professionale per investire la sfera etica e relazionale dell’insegnamento. Educare è prendersi cura dell’altro nella sua integralità, riconoscendone la dignità, rispettandone l’alterità, accompagnandone la crescita con attenzione paziente e responsabile. La cura educativa rappresenta un’etica della responsabilità che riconosce l’asimmetria della relazione educativa: l’adulto educatore ha una responsabilità nei confronti del giovane che gli è affidato, responsabilità che non può essere delegata né evasa. Mortari ci ricorda che la cura educativa ha una duplice direzione: cura di sé e cura dell’altro. Un docente che non si prende cura di sé, della propria crescita umana e professionale, della propria capacità di dare senso al proprio lavoro, difficilmente potrà prendersi cura autenticamente degli studenti. E qui torna centrale il bisogno di stima che Abraham Maslow collocava tra i bisogni fondamentali della persona: un insegnante che non si sente riconosciuto, valorizzato, gratificato nel suo ruolo sociale, fatica a esprimere il meglio di sé. Prendersi cura dell’educare significa anche riconoscere e valorizzare l’altro nella sua specificità. Significa saper vedere ogni studente non come destinatario passivo di interventi formativi standardizzati, ma come persona unica e irripetibile, con la propria storia, i propri talenti, le proprie fragilità. Significa costruire quello spazio di attenzione e ascolto dove può avvenire il riconoscimento reciproco, dove la relazione educativa diventa luogo di crescita per entrambi i soggetti coinvolti. La cura richiede quella che Mortari chiama phronesis, la saggezza pratica aristotelica: la capacità di discernere caso per caso, situazione per situazione, quale sia l’azione educativa più appropriata. Non esistono formule valide sempre e comunque. L’insegnante ha bisogno di sviluppare quella sensibilità situazionale che chiede docenti capaci di quella che Luigina Mortari chiama «cura dell’educare»: un’attenzione consapevole, riflessiva e responsabile alla relazione educativa in tutte le sue dimensioni. È precisamente su questo orizzonte che la proposta formativa dell’UCIIM si colloca: costruire insegnanti che sappiano incarnare la visione personalista attraverso una pratica profondamente riflessiva e metacognitiva. Il docente riflessivo: la metacognizione come competenza fondamentale La metacognizione – la capacità di riflettere sui propri processi di pensiero, di monitorare le proprie azioni, di valutare criticamente le proprie scelte – non è un lusso per insegnanti particolarmente motivati, ma una competenza professionale essenziale. Il docente metacognitivo è colui che non si limita ad applicare tecniche apprese, ma interroga continuamente la propria pratica, chiedendosi il perché delle proprie scelte didattiche, riconoscendo i propri presupposti impliciti, valutando l’efficacia delle proprie azioni non solo in termini di risultati immediati ma di crescita integrale degli studenti. Questa capacità riflessiva è oggi ancora più urgente. Le sfide del presente richiedono insegnanti che sappiano non solo agire, ma pensare il proprio agire. Non basta aggiornare metodi e tecniche: occorre ripensare il senso stesso dell’educare. E questo ripensamento passa necessariamente attraverso la riflessività metacognitiva. Come ricorda Edda Ducci, riprendendo il «De Magistro» di San Tommaso d’Aquino, il docente deve coltivare la disponibilità ad apprendere, non come debolezza ma come segno di maturità professionale. Il professionista riflessivo è colui che non smette mai di interrogarsi, che riconosce la complessità del reale senza cercare semplificazioni consolatorie, che accetta l’incompletezza del proprio sapere come stimolo a una ricerca continua. Questo atteggiamento metacognitivo è l’antidoto più efficace contro la routine didattica, contro l’applicazione meccanica di tecniche, contro quella stanchezza professionale che nasce dalla perdita di senso.

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