13 LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXXII - Numero 11-12 - Novembre-Dicembre 2025 Conosco l’UCIIM da tempo immemore, essendo molto avanzato negli anni, conosco i grandi meriti storici che questa Associazione ha portato a termine nel nostro Paese nel corso del tempo.(1) Mi è stato chiesto di svolgere una riflessione sulla novità di questo nostro tempo, l’ingresso anche nell’ambito della scuola, più in generale educativo, delle nuove tecnologie hi-tech e in particolare dell’intelligenza artificiale generativa. Poi, come ci è stato annunciato, fra qualche anno arriverà l’intelligenza artificiale generale che renderà obsoleto quello che abbiamo imparato finora su questo fronte e dovremo attrezzarci chi potrà farlo, chi vorrà farlo. La data che è stata indicata è il 2035. Dalla California è arrivato questo messaggio che saranno pronti nel 2035 ad arrivare all’intelligenza artificiale generale. Voi sapete che il termine intelligenza artificiale è stato coniato nel 1952 da un giovane studioso che si accingeva a scrivere la tesi di dottorato di ricerca che si chiamava John Minsky e quindi appare questo termine «intelligenza artificiale» per la prima volta in una tesi di dottorato. Qualche anno dopo, precisamente nel 1956, come voi sapete McCarthy lo riprenderà e lo estenderà ad altri. Questo per dire che il termine che oggi è più in voga non è recentissimo, 1952 vuole dire oltre 70 anni fa e soprattutto che è un termine nato quasi per caso, dalla mente di un giovane studioso, non certamente da laboratori di ricerca di un tipo o dell’altro. Alan Turing ha posto il problema da cui la ricerca successiva ha preso spunto, ma non ha coniato la parola o l’espressione intelligenza artificiale. Detto questo c’è un parallelo con quanto avvenne tanto tempo fa nell’antica Grecia quando sorse la diatriba se (1) Testo sbobinato senza l’autorizzazione dell’Autore era opportuno insegnare ai bambini a leggere e scrivere. Si formarono subito due gruppi, da un lato coloro i quali sostenevano che non era un bene perché i bambini avrebbero perso l’uso della memoria con la scrittura e la lettura, altri dicevano l’opposto. Non riuscendo a trovare l’accordo si rivolgono a Platone. Platone tira fuori la storia dell’egiziano, il cui senso è questo, la lettura e la scrittura sono un pharmakon, parola greca che ha due significati: medicina e veleno. È responsabilità dei maestri fare in modo che la scrittura e la lettura siano una medicina e non il veleno. Ebbene oggi a distanza di più di due millenni si ripropone lo stesso problema con l’intelligenza artificiale, che può essere una medicina oppure può essere un veleno e questo evidentemente dipende da tutti noi, ma anche e in modo particolare da coloro i quali si dedicano alla scuola come siete voi e coloro che la praticano, che la studiano, la pensano ecc... Ovviamente non da soli, ci sono ben altri soggetti che pure portano sulle spalle una tale responsabilità, però non possiamo tenere fuori campo, fuori gioco coloro i quali si dedicano per scelta e per missione o direi meglio ancora per vocazione a compito educativo. Allora la domanda che mi pongo è «quali sono i veleni da cui guardarsi per evitare che, come ho appena detto, l’intelligenza artificiale diventi un veleno?» Ne indico cinque, non perché siano gli unici, ma quelli che maggiormente interessano il mondo al quale noi apparteniamo, perché io stesso sono insegnante, insegno all’Università pur essendo in pensione e quindi appartengo al medesimo genus. Il primo è, come dire, veleno, a che vedere con il seguente paradosso. Paradoxa in inglese vuol dire meraviglia, sorpresa, qualcosa che non ci aspetta, che più aumenta l’efficienza legata all’uso delle nuove tecnologie, in particolare PERCHÉ PENSARE AL PENSIERO PENSANTE NELL’ERA DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE Stefano Zamagni, prof. ordinario di Economia Politica Università di Bologna (1)
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