La Scuola e l'Uomo - n. 11-12- Novembre-Dicembre 2020

LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXVII - Numero 11-12 - Novembre-Dicembre 2020 14 può essere espresso con la terminologia del- le scienze esatte della natura e dimostra- to in base a procedimenti quantitativi»(3) . Sulla quale convinzione si fonda il non senso della vita al di là di un legame con la realtà sensibile come a un dominio sul quale eser- citare il proprio potere consumistico, in di- rezione di una qualità della vita esaltata dal progresso tecnologico. Che è solo l’aspetto meno tragico del nichilismo. E non la pro- spettiva di un’umanità consapevole dei pro- pri mezzi e del modo di impiegarli per un rapporto armonico con la natura. Quale sarebbe, in- vece, quello di una comuni- tà capace di cogliere tutta l’efficacia ai fini pratici del- lo strumento primario della conoscenza, che è il metodo sperimentale proposto da Galileo. Senza nulla toglie- re al senso dell’esistenza ancorata assiologicamente alla realtà immateriale pro- pria del sentire e del pensa- re umanamente intesi. Dato il ruolo fondamen- tale che ha in tale rapporto la matematica, perché si at- tualizzi quello che Einstein chiamava « l’eterno mistero del mondo »: la sua com- prensibilità, dell’importan- za di essa è d’uopo tenere conto quando s’ha da parlare dell’educazione scientifica di massa. Soprattutto se le si riconosce – come è giusto che sia – non solo l’imprescindibile valore strumentale, ma anche, e soprattut- to, l’esplicazione in essa dell’umano, pre- sente in ogni individuo di questo genere, che si realizza in un rapporto dialettico con la realtà esterna, su cui esso si sente chiama- to ad esercitare il suo dominio nel senso più elevato del termine, che è quello della pre- visione sul lato fenomenico e del controllo finalizzato al progresso. Oltre che la cono- scenza fine a se stessa. La quale non è per nulla secondaria se tecnologico. I mass media possono integra- re quest’opera ma non sostituirsi all’aula scolastica: è lì che si deve trasmettere la chiave di lettura mentre, nella maggioranza dei casi, non si riesce neppure a travasare le nozioni più elementari» (1). Rubbia lanciava questo appello a ridosso della catastrofe di Chernobyl, quando si po- se drammaticamente il problema dell’uso dell’energia nucleare. Sono passati ben 34 anni. Altri problemi e altri disastri si sono verificati. Ma non sembra che le popolazioni abbiano raggiunto quella maturità di pensiero che occorre in tali casi. Né le scelte programmatiche in ordine alla istallazione di impianti tecnologici ad alto impatto ambientale hanno avuto il supporto di una coscienza civica con- sapevole e competente su larga scala. Il problema posto da Rubbia permane. Ed è aggravato dal per- sistere, a livello scolasti- co, di quella dicotomia culturale che vuole l’istru- zione scientifica distinta e inconciliabile con la cul- tura umanistica. Legata anche alla tendenza a non considerare rilevante, ai fini della formazione, il lato umanistico della scienza, per lasciare adito, più o meno con- sapevolmente, alla « sensazione sempre più diffusa che la finalità della scienza consista nella amplificazione senza limiti della sfera tecnologica e che, quindi, essa sia la fonte per la soluzione di tutti i problemi dell’uo- mo» (2) . Una sensazione che lungi da elevare il valore culturale della scienza, se incontra- stata, ne determinerebbe lo scadimento in quell’aspetto deteriore che va sotto il no- me di scientismo, qual è per l’appunto una scienza legata alla « convinzione che – come dice K. Lorenz - sia reale soltanto ciò che (1) C arlo R ubbia , Il dilemma nucleare , Sperling e Kupfer Editori, Varese 1987, p.14 (2) G iovanni R eale , Saggezza antica , Raffaello Cortina Editore, Milano 1995, p. 30 (3) Ibidem, p. 29

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