Novembre-Dicembre 2018
21 LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXV - Numero 11-12 - Novembre-Dicembre 2018 fragili – vengono a scuola «molto vestiti»; se un tempo il padre si presentava davanti al professore con sguardo deferente e con il cappello in mano, oggi padre e madre si presentano ai colloqui con un abbigliamento teso a fornire una particolare immagine di sé. Dal punto di vista psicologico tale atteg- giamento potrebbe essere letto come una sorta di compensazione: all’insicurezza, al disagio e al senso di inadeguatezza che oggi molti genitori vivono si sopperisce cercando di presentare un’immagine che trasmetta sicurezza, assenza di dubbi, certezze. Tale atteggiamento compensatorio rivela l’inca- pacità di affrontare i veri problemi, nascon- dendosi sotto false apparenze. La psicologia insegna che, di fronte a una persona inca- pace di riconoscere le proprie insicurezze – in questo caso i dubbi rispetto alla propria capacità di essere un bravo genitore – e che, di conseguenza, affronta i problemi di- fendendosi, l’atteggiamento più contropro- ducente è l’attacco. Un genitore di questo tipo crea naturalmente un clima di ostilità e la risposta spontanea del docente è di di- fendersi, attaccando a sua volta. Tale dina- mica, però, è inopportuna, se non pericolo- sa. L’ideale sarebbe quello di aiutare il ge- nitore a esprimere le proprie fatiche e pau- re, creando un clima di alleanza. Per essere più realistici, però, (pensando agli orari in- terminabili dei colloqui) suggerirei ai do- centi di presentare sempre dei giudizi degli allievi in cui, insieme ai limiti e alle fati- che, vengono messi in risalto anche i pregi e le qualità, per fare in modo che il genitore – il quale inconsciamente si identifica con il figlio – non si senta attaccato. La verità pre- sentata in modo freddo – con l’implicita pretesa da parte del docente che, proprio perché verità, venga compresa e accettata – rischia solo di rafforzare il conflitto. Ri- cordiamo come il genitore che, proprio cin- que minuti prima del colloquio, ha apostro- fato il figlio dandogli del cretino, nel mo- mento in cui vi incontra si sentirà attaccato se voi gli direte che il ragazzo presenta dei gravi problemi di attenzione. Ciò significa che bisogna nascondere la verità? No, si tratta semplicemente di offrire un quadro complessivo, di ricomporre la totalità del- l’immagine dell’alunno: percependo una vi- sione più sfumata della situazione scolastica del figlio da parte dell’insegnante, il geni- tore sarà meno indotto e reagire con ag- gressività e, di conseguenza, si sentirà mag- giormente invitato a dialogare. Un secondo tipo di aspettativa da parte dei genitori potrebbe essere definito come possibilità di delega . Per motivi diversi la famiglia, che un tempo era alleata alla scuola attribuendole il compito di istruire e poi è stata chiamata a collaborare, ora le domanda di affiancarla nel difficile compito di educare i figli. La madre separata, che si ritrova da sola a svolgere il ruolo di genito- re, spesso chiede agli insegnanti di assume- re quella funzione paterna che in famiglia non è presente. La famiglia convinta che il suo compito si realizzi unicamente a livello affettivo e si pensa come responsabile dello sviluppo del figlio in quanto sintonizzata con il suo mondo emotivo e sostenitrice di un’immagine di sé positiva, delegherà alla scuola il compito – che essa non può assu- mersi – di insegnare al figlio ad adattarsi al- le regole di convivenza sociale o la riterrà pretenziosa ed eccessiva qualora essa ne giudicasse i comportamenti inadeguati. Questa netta divisione di ruoli richiama quanto avveniva in passato all’interno della famiglia, quando alla madre veniva rigida- mente affidato il ruolo affettivo e al padre quello normativo. Ora, invece, molti genito- ri iper-permissivi si ritrovano a non saper più gestire i figli e delegano alla scuola il compito di contenerli; un compito che non potrà mai essere assolto dai docenti, perché è nei primissimi anni di vita, e grazie alla capacità dei genitori di equilibrare frustra- zione e gratificazione, che il bambino impa- ra non solo ad adattare la realtà a se stesso (pensiamo all’assimilazione di cui parlava Jean Piaget) ma anche ad adattarsi alla re- altà (accomodamento in termini piagetiani). I bambini e i ragazzi di oggi soffrono di un disequilibrio fra queste due funzioni dell’in- telligenza, ma rispetto a questo – come ti- tola un testo di Anna Marina Mariani – «La scuola può fare molto, ma non può fare tut- to». E tuttavia «può fare molto» ed è pro- prio a proposito di questo «molto» che vor- rei ora offrire alcuni suggerimenti. 1. Il primo consiglio consiste nel supera-
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