Novembre-Dicembre 2018
LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXV - Numero 11-12 - Novembre-Dicembre 2018 20 gnante si pone in relazione e il suo compito non è sempre facile. I limiti della società attuale, però, non solo hanno messo in crisi il principio di au- torità, ma hanno spesso condizionato l’at- teggiamento, il pensarsi dell’insegnante, il modo di concepire la propria professione. Lo stesso vale per il medico, che spesso nel passato guardava alla propria attività consi- derandola come una missione e ora si lascia guidare da altri criteri, indubbiamente le- gittimi ma differenti. Nel caso dei docenti non possiamo certo parlare di una spinta ar- rivista, quale la ricerca di uno status sym- bol o l’avidità del guadagno; la tensione va- loriale, tuttavia, sembra avere un ruolo me- no preponderante rispetto al passato. Un terzo disagio, e qui entriamo di nuovo più direttamente in merito al tema dell’al- leanza, nasce dal seguente interrogativo: la scuola è solo erogatrice di sapere o il suo compito è più ampio? Ed è proprio questo uno dei problemi che si situa alla base della mancata alleanza – o meglio – del conflitto ora spesso esistente tra scuola e famiglia, un conflitto che defi- nirei come aspettative discordanti . Trovia- mo, infatti, da una parte i docenti il cui ruolo è fortemente legato a un mandato so- ciale recepito prevalentemente come com- pito di trasmettere istruzione, cultura e – per certi aspetti – anche controllo, secondo un ruolo attribuito alla scuola: quello di fa- vorire soprattutto lo sviluppo cognitivo e culturale del soggetto più che la dimensione relazionale ed emotiva. Si va a scuola per «imparare»: questo è stato, finora, il modo in cui la società ha pensato la scuola e ciò che le ha comunicato e da qui è nato il mo- do di pensarsi di molti docenti. Le attese dei genitori, alle prese con problemi fino a non molto tempo fa inesi- stenti, si collocano invece a un livello total- mente diverso. Metterei in risalto soprattut- to due tipologie di attese: innanzitutto l’ aspettativa utilitaristica . In un contesto sociale dove il lavoro manca e il futuro dei figli pare incerto, l’istruzione è percepita – forse ancor più che nel passato – come stru- mento per il successo sociale del figlio. Pe- rò, mentre nel passato esisteva una natura- le alleanza fra autorità, con conseguente atteggiamento colpevolizzante e punitivo nei confronti dei figli qualora essi non ri- spondessero alle istanze poste da scuola e famiglia, l’attuale mancanza di autorevo- lezza da parte dei genitori fa sì che, di fronte all’insuccesso scolastico dei figli – percepito come impedimento, come ostaco- lo per il suo avanzamento scolastico – non siano più questi ultimi a essere ritenuti re- sponsabili. La «colpa» – quella colpa che l’essere umano è sempre spinto a individua- re a causa di un perverso meccanismo inte- riore che lo abita – viene attribuita all’inse- gnante, immediatamente giudicato, accusa- to e talvolta anche aggredito. L’alleanza è tra padri-madri e figli, mentre il docente diventa l’oggetto di accusa, colpevole di aver deprivato il ragazzo o il giovane di un «successo» che tutta la famiglia ritiene ab- bia il diritto di ottenere. Il meccanismo del- la proiezione, che induce ad attribuire al di fuori sé e, di conseguenza, a un’altra perso- na la causa delle proprie difficoltà, è vec- chio tanto quanto il mondo. Ciò che è nuovo della nostra cultura è l’appiattimento delle diversità, l’assenza di differenza all’interno di ruoli diversi, quali genitore/figlio, che li rende alleati nelle pretese. La conseguenza di tale attesa utilitaristica, e successiva col- pevolizzazione della scuola a causa della mancata risposta, ha effetti deleteri sui giovani, rafforzati in quella percezione nar- cisistica di se stessi che proviene dal non aver mai subito frustrazioni; solo la man- canza, il «no», sono però in grado di svilup- pare le capacità necessarie per integrare parti del Sé che nessun essere umano può ignorare: quelle che si collocano nel Sé vul- nerabile, il cui compito è di apprendere a interagire con il proprio limite, la fragilità, l’insuccesso. Che cosa possono fare i docenti per non rafforzare il conflitto e tentare di costruire una forma di solidarietà con i genitori? Un piccolo dettaglio, solo all’apparenza bana- le, può suggerirci una prima risposta. Una ricerca (4) di alcuni anni fa afferma che at- tualmente i genitori – soprattutto quelli più (4) B LANDINO G., G RANIERI D., Le risorse emotive nella scuola, Milano, Cortina 2002.
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