Novembre-Dicembre-2015
prendeva la macchina e andava in periferia, a fare la direttrice di una scuola dei poveri. La segretaria di una università, della facoltà di teo- logia, andava dai poveri. Tante congregazioni come questa non hanno perduto mai questa idea. Forse in alcuni momenti hanno sottolinea- to più il lavoro tra le élite della città, ma hanno la vocazione ad andare in periferia, da dove so- no nate… E quante fondatrici, quante fondatri- ci di congregazioni religiose sono nate per aiu- tare le ragazze, o quanti fondatori per aiutare i ragazzi di strada, i ragazzi poveri! Ho parlato di Don Bosco… È capitata la coincidenza che la madre fosse qui, e vorrei pubblicamente rin- graziare la sua Congregazione e tutte le congre- gazioni, maschili e femminili, che mai hanno dimenticato le strade di periferia! Qualcuno può dire: «Ma noi, noi dobbiamo formare dirigenti! Noi dobbiamo formare gente che pensi, che faccia… Questo è vero, lo si de- ve fare. Ma quando sono andato in Paraguay, in una scuola di periferia avevano fatto un incon- tro di alcuni giorni, i giovani, giovani non dirò di strada, ma giovani di periferia, poveri, senza l’essenziale; e questi giovani, ragazzi e ragazze tra i 14 e i 16 anni, hanno scelto di parlare su alcuni temi, alcuni temi forti. E io ho sentito la discussione fra loro, e le conclusioni delle di- scussioni su uno dei temi: la gravidanza adole- scente. Io ho pensato: come mai questi, che vi- vono così, che vivono sulla riva di un fiume che va e viene [spesso straripa], che hanno po- co da mangiare, sono capaci di pensare così? Perché hanno avuto un metodo e un educatore o un’educatrice che li ha portati per mano. Nes- suno, nessuno può essere escluso dalla possibi- lità di ricevere valori, nessuno! E per questo, ecco la prima sfida che vi dico: lasciate i posti dove ci sono tanti educatori e andate alle peri- ferie. Cercate lì. O almeno, lasciatene la metà! Cercate lì i bisognosi, i poveri. E loro hanno una cosa che non hanno i giovani dei quartieri più ricchi – non per colpa loro, ma è una realtà sociologica: hanno l’esperienza della sopravvi- venza, anche della crudeltà, anche della fame, anche delle ingiustizie. Hanno una umanità fe- rita. E penso che la nostra salvezza venga dalle ferite di un uomo ferito sulla croce. Loro, da quelle ferite, traggono sapienza, se c’è un edu- catore bravo che li porti avanti. Non si tratta di andare là per fare beneficienza, per insegnare a leggere, per dare da mangiare…, no! Questo è necessario, ma è provvisorio. È il primo passo. La sfida – e io vi incoraggio – è andare là per farli crescere in umanità, in intelligenza, in va- lori, in abitudini, perché possano andare avanti e portare agli altri esperienze che non conosco- no. In questa stessa sala, quindici giorni fa – credo – abbiamo ricevuto, come oggi, 7.000 zingari, di tutta Europa. Rom. E la presentazio- ne l’ha fatta uno che è cresciuto in un quartiere rom e adesso è un parlamentare slovacco. E può dare un’esperienza diversa a quelli che non conoscono le periferie. E le realtà si capiscono meglio dalle periferie che dal centro, perché tu dal centro sei sempre coperto, tu nel centro sei sempre difeso… Patto educativo rotto, selettività, esclusione, eredità di un positivismo selettivo: queste cose si devono risolvere. E andare avanti, andare avanti con questa sfida. A una congregazione di suore che ha una speciale vocazione in Argenti- na, per il Sud dell’Argentina, per la Patagonia, ho detto: «Per favore, chiudere la metà dei col- legi della capitale di Buenos Aires e mandate le suore là, in quella periferia della Patria»; per- ché di là verranno i nuovi contributi, i nuovi valori, e verranno anche le persone capaci di rinnovare il mondo. Andare alla periferia. Ma questo voglio sottolineare: andare in periferia non è soltanto fare beneficienza. È, in educa- zione, portare per mano per la strada fino a do- ve possono. Ai Salesiani, a Torino, ho detto: «Fate quello che ha fatto Don Bosco, in quel tempo, dove c’erano tanti bambini di strada, tanti. Educazione d’emergenza. Educazione va- riegata». Un’altra cosa, perché nella domanda la suo- ra chiedeva «quali sfide si aprono agli educato- ri ai tempi della “terza guerra mondiale a pez- zi”». Qual è la tentazione più grande delle 7 LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXII - Numero 11-12 - Novembre-Dicembre 2015 S p i r i t u a l i t à
Made with FlippingBook
RkJQdWJsaXNoZXIy NTYxOTA=