Novembre-Dicembre-2015
LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXII - Numero 11-12 - Novembre-Dicembre 2015 6 gio delle mani. L’educazione deve muoversi su queste tre strade. Insegnare a pensare, aiutare a sentire bene e accompagnare nel fare, cioè che i tre linguaggi siano in armonia; che il bambi- no, il ragazzo pensi quello che sente e che fa, senta quello che pensa e che fa, e faccia quello che pensa e sente. E così, un’educazione diven- ta inclusiva perché tutti hanno un posto; inclu- siva anche umanamente. Il patto educativo è stato rotto per il fenomeno dell’esclusione. Noi troviamo i migliori, i più selettivi – che siano i più intelligenti, o siano quelli che hanno più soldi per pagare la scuola o l’università miglio- re – e lasciamo da parte gli altri. Il mondo non può andare avanti con un’educazione selettiva, perché non c’è un patto sociale che accomuni tutti. E questa è una sfida: cercare strade di educazione informale. Quella dell’arte, dello sport, tante, tante… Un grande educatore brasi- liano […] diceva che nella scuola – nella scuo- la formale – si doveva evitare di cadere soltan- to in un insegnamento di concetti. La vera scuola deve insegnare concetti, abitudini e va- lori; e quando una scuola non è capace di fare questo insieme, questa scuola è selettiva ed esclusiva e per pochi. Credo che la situazione di un patto educati- vo rotto, come quella di oggi, sia grave, è grave. Perché porta a selezionare i «super-uo- mini», ma soltanto con il criterio della testa e soltanto con il criterio dell’interesse. Dietro a questo, c’è sempre il fantasma dei soldi - sem- pre! - che rovinano la vera umanità. Una cosa che aiuta è anche una certa e sana informalità rispettosa; e questo fa bene, nell’educazione. Perché si confonde formalità con rigidità. E torno alla prima domanda: dove c’è rigidità non c’è umanesimo, e dove non c’è umanesi- mo, non può entrare Cristo! Ha le porte chiuse! Il dramma della chiusura incomincia nelle radi- ci della rigidità. E il popolo vuole un’altra co- sa, e quando dico «popolo» dico la gente, tutti noi, le famiglie… Vogliono convivenza, vo- gliono dialogo […]. Ma quando il patto educa- tivo è rotto e c’è la rigidità, non c’è posto per il dialogo : io penso la mia, tu pensi la tua e non c’è posto per una universalità e una fratellanza. Nelle due esperienze che io ho fatto qui, in Va- ticano, parlando, collegandomi con studenti dei cinque continenti – è stato organizzato da «Scholas occurrentes» – ho visto il bisogno di unità; e oggi il progetto che viene offerto è pre- cisamente il progetto della separazione, non dell’unità. Anche della selettività. «Cosa significa questo per i soggetti impe- gnati nella promozione dell’educazione?»: così finiva la domanda. Significa rischiare. Un edu- catore che non sa rischiare, non serve per edu- care. Un papà e una mamma che non sanno ri- schiare, non educano bene il figlio. Rischiare in modo ragionevole. Cosa significa questo? Inse- gnare a camminare. Quando tu insegni a un bambino a camminare, gli insegni che una gamba deve essere ferma, sul pavimento che conosce; e con l’altra, cercare di andare avanti. Così se scivola può difendersi. Educare è que- sto. Tu sei sicuro in questo punto, ma questo non è definitivo. Devi fare un altro passo. For- se scivoli, ma ti alzi, e avanti… Il vero educa- tore dev’essere un maestro di rischio, ma di ri- schio ragionevole, si capisce. […]. (Domanda di Suor Pina Del Core, preside della Facoltà di Scienze dell’educazione Auxi- lium di Roma) Santo Padre, quali sfide si aprono per gli educatori ai tempi della «terza guerra mondia- le a pezzi», al fine di non chiudersi in sé stessi ma di essere e divenire pazienti costruttori di pace? Quale incoraggiamento vuole offrire a tutti gli educatori che si dedicano con passione a una missione tanto delicata? R. Prima di tutto, vorrei dare una testimo- nianza nei confronti di quello che la Madre ge- nerale della Congregazione di Gesù e Maria ha appena detto [era intervenuta, prima della do- manda, per dare una testimonianza]. Quando io ero rettore dell’Università, la mia segretaria era una suora di quella Congregazione - ancora vi- ve, madre Asunción, vecchietta -; ma questa suora faceva il lavoro di segretaria all’universi- tà, e dopo, il pomeriggio, mangiava un panino, S p i r i t u a l i t à
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