Novembre-Dicembre-2015
senti in una grande diversità di nazioni e con- testi: nazioni più ricche, nazioni in via di svi- luppo, nelle città, nelle zone rurali, in nazioni a maggioranza cattolica e in Paesi in cui il cat- tolicesimo invece è una minoranza. In questa grande varietà di situazioni, che cosa, secondo Lei, fa sì che una istituzione sia veramente cri- stiana? Risposta di Papa Francesco. Non si può par- lare di educazione cattolica senza parlare di umanità, perché precisamente l’identità cattoli- ca è Dio che si è fatto uomo. Andare avanti ne- gli atteggiamenti, nei valori umani, pieni, apre la porta al seme cristiano. Poi viene la fede. Educare cristianamente non è soltanto fare una catechesi: questa è una parte. Non è soltanto fa- re proselitismo – non fate mai proselitismo nel- le scuole! Mai! – Educare cristianamente è por- tare avanti i giovani, i bambini nei valori umani in tutta la realtà, e una di queste realtà è la tra- scendenza. Oggi c’è la tendenza ad un neoposi- tivismo, cioè educare nelle cose immanenti, al valore delle cose immanenti, e questo sia nei Paesi di tradizione cristiana sia nei Paesi di tra- dizione pagana. E questo non è introdurre i ra- gazzi, i bambini nella realtà totale: manca la trascendenza. Per me, la crisi più grande del- l’educazione, nella prospettiva cristiana, è que- sta chiusura alla trascendenza. Siamo chiusi al- la trascendenza. Occorre preparare i cuori per- ché il Signore si manifesti, ma nella totalità; cioè, nella totalità dell’umanità che ha anche questa dimensione di trascendenza. Educare umanamente ma con orizzonti aperti. Ogni sor- ta di chiusura non serve per l’educazione. (Domanda, in spagnolo, di Fr. Juan Antonio Ojeda, docente all’Università di Malaga) Santo Padre, nei Suoi discorsi, Lei fa riferi- mento alla rottura dei vincoli tra la scuola, la famiglia e le altre istituzioni della società. Pe- raltro Lei, Santità, ci invita spesso a promuove- re e a vivere personalmente una cultura del- l’incontro. Cosa significa questo per tutti i sog- getti impegnati nella promozione dell’educa- zione? R. È vero che non solo i vincoli educativi si sono rotti, ma l’educazione è diventata anche troppo selettiva ed elitaria. Sembra che abbiano diritto all’educazione soltanto i popoli o le per- sone che hanno un certo livello o una certa ca- pacità; ma certamente non hanno diritto al- l’educazione tutti i bambini, tutti i giovani. Questa è una realtà mondiale che ci fa vergo- gnare. È una realtà che ci porta verso una selet- tività umana, e che invece di avvicinare i popo- li, li allontana; allontana anche i ricchi dai po- veri; allontana una cultura dall’altra... Ma que- sto accade anche nel piccolo: il patto educativo tra la famiglia e la scuola, è rotto! Si deve ri- cominciare. Anche il patto educativo tra la fa- miglia e lo Stato: è rotto. A meno che ci sia uno Stato ideologico che vuole approfittare del- l’educazione per portare avanti la propria ideo- logia: come quelle dittature che noi abbiamo visto nel secolo scorso. È brutto. Fra i lavorato- ri più malpagati ci sono gli educatori: cosa vuol dire, questo? Questo vuol dire che lo Stato non ha interesse, semplicemente. Se l’avesse, le co- se non andrebbero così. Il patto educativo è rot- to. E qui viene il nostro lavoro, di cercare stra- de nuove. […] [Bisogna] cercare di fare ciò che ha fat- to don Bosco. Don Bosco, ai tempi della più brutta massoneria del Nord Italia, ha cercato una «educazione di emergenza». E oggi ci vuo- le una «educazione di emergenza», bisogna puntare sull’«educazione informale», perché l’educazione formale si è impoverita a causa dell’eredità del positivismo. Concepisce soltan- to un tecnicismo intellettualista e il linguaggio della testa. E per questo, si è impoverita. Biso- gna rompere questo schema. E ci sono espe- rienze, con l’arte, con lo sport… L’arte, lo sport, educano! Bisogna aprirsi a nuovi oriz- zonti, creare nuovi modelli… Ci sono tante esperienze: voi conoscete quella che è stata presentata da voi, «Scholas occurrentes», che cerca proprio di aprire, di aprire l’orizzonte a un’educazione che non sia soltanto di concetti in testa. Ci sono tre linguaggi: il linguaggio della testa, il linguaggio del cuore, il linguag- 5 LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXII - Numero 11-12 - Novembre-Dicembre 2015 S p i r i t u a l i t à
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