Novembre-Dicembre-2012
Consiglio di classe, dei giudizi analitici di ciascu- na prova, del giudizio collegiale sul colloquio. Il giudizio globale si conclude con il consiglio orientativo da trascrivere sul libretto scolastico. D. L’UCIIM - come è stato ribadito anche nei precedenti incontri - rivestì, grazie all’impegno di alcuni suoi dirigenti (Agazzi, Tamborlini, Pe- rucci ecc.), un ruolo determinante per l’attua- zione della riforma del ’62. Tuttavia, per una vera attuazione del dispositivo di legge, era ne- cessario alimentare, in termini pedagogici e di- dattici, la professionalità del docente di scuola media che, di lì a poco, avrebbe operato in un contesto scolastico del tutto innovativo rispetto al recente passato. Quali supporti ha dato l’Unione, anche attra- verso i MCD e il SNSM, agli insegnanti medi per prepararsi alla nuova sfida che gli attendeva? R. Questa nuova Scuola, al momento della nascita ufficiale, aveva almeno un decennio di gestazione, periodo in cui (lo sappiamo) gli em- brioni si sviluppano e prendono forma. Infatti, sotto la spinta dei principi della Costituzione (cui lo stesso Nosengo aveva dato un significati- vo contributo), si consolidavano le aspirazioni al rinnovamento sociale e strutturale della società e della scuola. Fu un periodo di attività silenzio- sa e feconda, condotta da gruppi che via via an- davano allargandosi. Stefanini, Nosengo, Agazzi furono tra gli ispi- ratori. Così partirono le prime esperienze del Centro Didattico Nazionale Scuola Media, del Movimento Circoli della Didattica con le classi attive (1952); con l’autorizzazione ministeriale ed in collaborazione con le Direzioni Generali dell’Istruzione Tecnica e Classica, furono avviate le classi di osservazione (1956); nel 1960 si ebbe la sperimentazione della Scuola Media Unificata (164 scuole – 304 classi, che poi divennero 1418 – 2644 classi con un totale di 62.118 alunni). Possiamo immaginare l’impegno dell’UCIIM di quegli anni solo se ricordiamo che la tematica della sperimentazione era prioritaria per Nosen- go; una sperimentazione a 360° che includeva anche l’autovalutazione del docente. Egli rite- neva che sperimentare se stesso significava per- fezionarsi come uomo e come insegnante. Furo- no condotti studi seri ed approfonditi sulle me- todologie, sulla natura e struttura delle discipli- ne, sulle fasi evolutive della persona, sugli aspetti psichici del preadolescente; furono rivi- sitate le esperienze pregresse dell’insegnare e dell’apprendere, per giungere ad ipotizzare una didattica rispondente alle esigenze della nuova Scuola Media. «La didattica – dice Nosengo – è l’arte con la quale si realizza praticamente il rapporto educativo interpersonale in modo da promuovere …. l’avanzamento reale del sogget- to nel suo integrale processo di apprendimento e di volizione virtuosa.» E continua: «La peda- gogia …è una scienza in cui interferiscono, si in- contrano e si fondono leggi e norme di origine deduttiva e induttiva. La pedagogia come arte, e cioè come didattica, è, per natura sua, una attività che deve svolgersi nella luce della scienza pedagogica e coerentemente con essa, ma, essendo essa momento pratico e personale, deve attuarsi tenendo conto dei fattori perso- nali (del maestro e dell’alunno), dei particolari dati dell’ambiente psichico, storico, umano, na- turale, e deve perciò, per essere perfetta, de- terminarsi e conquistarsi per via sperimentale e personale…». L’UCIIM è stata da sempre una fucina di ap- prendistato, ossia di formazione professionale e di aggiornamento. Lo fu particolarmente in quella fase di passaggio alla nuova Scuola per gran parte dei docenti della scuola italiana e non solo per i Soci. D. Lei ha seguito dal di dentro, sul campo, il grande cambiamento è tra coloro che hanno te- nuto a battesimo la nuova scuola media: spazio comune d’apprendimento per tutti i giovani ita- liani dagli 11-14 anni. Come è stato vissuto questo passaggio dai do- centi, dalle famiglie, dai Capi d’Istituto? Si ave- va contezza di collaborare nel realizzare un ideale umano, cristiano e democratico? R. Si. Ero ai miei primi anni d’insegnamento, appena uscita dall’Università. Pur avendo studiato pedagogia, avevo soltan- to conoscenze teoriche, come parte dei miei colleghi. Della scuola avevo solo l’esperienza del tempo trascorso tra i banchi, da alunna; ri- cordavo con piacere alcuni insegnanti e con mi- nor gradimento altri (in seguito ho approfondito le ragioni delle mie preferenze e, da insegnan- te, ciò mi è servito). Allora era ben visibile la differenza anche esteriore, nell’aspetto, tra i ragazzi che fre- quentavano la Scuola media tradizionale e quelli dell’Avviamento professionale: una chiara di- stinzione di ceto, di classe sociale. Avevo in classe qualche alunno più grande di me, perché l’Avviamento professionale era stato istituito da poco e c’era l’opportunità di fre- quentarlo per inserirsi in attività di lavoro. Il passaggio dalla vecchia alla nuova scuola fu graduale, una classe ogni anno a partire dal 1963/64. 29 LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXIX - Numero 11-12 - Novembre-Dicembre 2012
Made with FlippingBook
RkJQdWJsaXNoZXIy NTYxOTA=