Novembre-Dicembre-2012
9 LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXIX - Numero 11-12 - Novembre-Dicembre 2012 radossalmente e un po’ provocatoriamente, che la riforma del ’62 arriva, persino, in anticipo. In questo caso è la politica capace di anticipare l’opinione comune della gente. In tal senso la pressione del cambiamento politico data dal- l’avvento del centrosinistra è da ritenersi, sicu- ramente, un fattore accelerante. Se si guardas- se, infatti, a tutto il resto delle storia scolastica degli anni successivi, si resterà, non poco, sor- presi che quella riforma sia stata fatta, tutto sommato, piuttosto rapidamente. D. La Costituzione, come è noto, all’art. 34 parlando di scuola la dichiara «aperta a tutti» e, inoltre, sancisce l’istruzione obbligatoria e gra- tuita per almeno otto anni. Il testo fondamenta- le dell’ordinamento giuridico italiano che, con- trariamente al passato, era il frutto reale della partecipazione - dopo lunghi anni di privazione delle libertà civili - di tutti gli italiani, compresi i cattolici, alla vita politica del Paese imponeva, quindi, un espletamento effettivo del diritto-do- vere all’istruzione fino al 14esimo anno d’età. Si doveva di fatto eliminare la piaga dell’abbando- no scolastico che pur attraverso l’articolato si- stema di soddisfacimento dell’obbligo - già pre- visto dalla Riforma Gentile e semplificato da Bottai - rimaneva considerevole pur se forte- mente ridimensionato, dal ’46-’51, dalle impor- tanti iniziative del ministro Gonella. Quali sono stati i risultati raggiunti a seguito dell’introduzione della scuola media unica ri- spetto all’annoso problema della dispersione scolastica? Si è davvero riusciti nel realizzare un accesso democratico delle masse popolari nella scuola postelementare? R. Una possibile risposta a questo interrogati- vo è, certamente, quella legata alla presentazio- ne di una serie di dati statistici. Su questo piano i dati delle rilevazioni sull’abbandono scolastico sono a tutto vantaggio dell’introduzione della scuola media unica. Se si confrontassero, infatti, i dati tra il 1963 - anno scolastico in cui realmen- te la scuola media comincia a funzionare - e quelli di vent’anni dopo, si vedrà, chiaramente, il successo della scuola media. Un successo capa- ce di innalzare il livello medio della scolarità ita- liana rendendola, inoltre, più egualitaria attra- verso l’eliminazione della dualità: scuola media e scuola di avviamento al lavoro. Se si allungasse ulteriormente lo sguardo, verso i successivi tren- t’anni o quarant’anni, si noterà come il processo di scolarizzazione, innescato dalla riforma della scuola del ’62, muova verso la piena realizzazio- ne della «scuola di massa». Una scuola nella qua- le il prolungamento degli studi è notevolissimo. Basti pensare al 95% della popolazione giovanile che, in Italia, ha accesso alla secondaria superio- re. Si raggiungono, quindi, percentuali significa- tive di studenti che concludono il percorso di studi con la maturità. I dati italiani - anche se a livello di comparazione europea vi è ancora qualche carenza - visti, però, in un’ottica stori- ca, di sviluppo dell’istruzione, rappresentano un evidente buon risultato. Si può, tuttavia, scava- re, in diversi modi, nelle pieghe di questo feno- meno. Dal punto di vista dei grandi numeri, in- fatti, la media inferiore e superiore appare come una struttura scolastica egualitaria. Tuttavia se si prendesse in esame la stratificazione sociale de- gli alunni della scuola secondaria superiore emergerebbe la sua stretta dipendenza dalla va- riabile socio-economica della famiglia di prove- nienza. Le famiglie più benestanti, con maggiori libri in casa e più facile accesso alle fonti di cul- tura, tendono ad iscrivere i figli al liceo. Le altre famiglie con meno risorse - meno libri in casa e meno accesso alle fonti di cultura - tendono, in- vece, ad iscrivere i figli all’istituto professionale o all’istituto tecnico. Questo problema, solo in- direttamente collegabile all’istituzione della scuola media unica, mostra, però, come all’usci- ta da quest’ultima il processo di mobilità socia- le, voluto propriamente dal dispositivo di legge, sia faticosamente realizzabile o addirittura mai realizzato. Tuttavia, oltre questo aspetto, occor- rerebbe riflettere anche sul secondo problema: il neo-alfabetismo o analfabetismo di ritorno. Un fenomeno che, oggi, si verifica non a livello di persone anziane che sono andate a scuola svaria- ti anni orsono e, quindi, coll’avanzare dell’età hanno perso l’abitudine alla lettura e alla scrit- tura, bensì nell’arco di tempo, immediatamente, post-scolastico 18-25 anni. Vi è, infatti, un alto livello di giovani che perde il contatto con il sa- pere acquisito a scuola ed ha, conseguentemen- te, difficoltà con la lingua e con semplici calcoli aritmetici. De Mauro afferma che, in Italia, gli analfabeti, in questa precisa condizione, sono circa 1 su 3 e non tutti appartengono alle gene- razioni più anziane. Allora si fa necessario, so- prattutto da parte della scuola, l’avvio di un pro- fondo esame di coscienza. Non tutte le responsa- bilità, ovviamente, possono essere imputate alla scuola, tuttavia quest’ultima mentre ha, ampia- mente, soddisfatto i bisogni connessi alla socia- lizzazione è forse un po’ in debito dal punto di vista della tenuta culturale. Quello del neoanal- fabetismo è un interrogativo tristemente aperto. In merito al quale il mondo degli insegnanti e un’associazione come l’UCIIM dovrebbero seria- mente interrogarsi, al fine di studiare gli inter- venti più efficaci. Non è, infatti, ragionevole im-
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