EB_...e quindi uscimmo a riveder le stelle

“…e quindi uscimmo a riveder le stelle” 28 Alle anime dei lussuriosi, che si meravigliano che egli sia lì con proprio corpo, Dante risponde dichiarando l’intercessione, diretta o indiretta attraverso Beatrice secondo le varie interpretazioni, di Maria: “Donna è di sopra che m’acquista grazia per che ‘l mortal nel vostro mondo reco”. (Purgatorio XXVI, 59-60) La beatitudine cantata dall‘Angelo pieno di letizia al passo del perdono con una voce più limpida delle voci umane è Beati mundo corde, beati i puri di cuore. Inoltre l’angelo invita i poeti ad attraversare le fiamme. Dante è restio e pauroso, ma Virgilio gli ricorda che tra lui e Beatrice vi è quel muro di fuoco che deve essere superato e poi lo guida tra le fiamme ardenti, continuando a parlare di Beatrice e dei suoi occhi. Il ricordo di Maria nel Paradiso terrestre L’ultima parte della cantica del Purgatorio è animata da dolcissime figure femminili, che in qualche modo richiamano Maria, la donna benedetta per eccellenza. La prima di esse è la biblica Lia, simbolo della vita attiva, che compare in sogno a Dante, come donna giovane e bella che con le sue belle mani raccoglie fiori per farsi una ghirlanda. Ella ricorda anche la sorella Rachele dagli occhi belli, seduta davanti allo specchio e desiderosa invece di contemplare (Cfr. Purgatorio XXVII, 94-108). Entrato nella divina foresta spessa e viva del Paradiso terrestre Dante incontra Matelda, sintesi di tutte le grazie femminili, che canta e sceglie fior da fiore, per ricordare la condizione umana felice e serena prima del peccato originale. Essa diventa ora la guida di Dante nella mistica processione a cui il poeta assiste. Sette candelabri d’oro, segno delle operazioni della Spirito, emettono sette fasci di luce, sotto i quali avanza il carro della Chiesa, trainato da un grifone dalle due nature, simbolo di Cristo: proprio sotto questo bel cielo, ossia sotto questi fasci di luce luminosi ed iridati, i personaggi dell’Antico testamento cantano il loro inno a Maria, canto che riecheggia le parole dette dall’Angelo e da Elisabetta allaVergine. “Tutti cantavan: ‘Benedicta tue ne le figlie d’Adamo, e benedette sieno in eterno le bellezze tue!’” (Purgatorio XXIX, 85-87) Il grifone tende verso cielo a perdita d’occhio le sue ali, fra l’asse centrale e le tre liste luminose di destra e di sinistra, ed attraversa questi fasci di luce, senza interromperli: è un accenno velato alla verginità di Maria, anch’essa operazione dello Spirito, non violata dalla nascita di Gesù. (Cfr. Purgatorio XXIX, 106-114). Dopo l’apparizione sul carro trionfale di Beatrice, attesa ed invocata come mistica sposa di Cristo “Veni sponsa de Libano” (ma sposa di Cristo sono sia la Chiesa che laVergine Maria), Dante anticipa per così dire attraverso Beatrice il giudizio di Dio nei suoi confronti. Essa infatti, dura e severa, rimprovera a Dante le sue colpe ed i suoi tradimenti. Egli in lacrime riconosce i suoi errori, viene quindi immerso da Matelda nel fiume Letè che cancella il ricordo dei suoi peccati ed accompagnato dalla danza di quattro belle (le quattro virtù cardinali) può ammirare gli occhi rilucenti di Beatrice ed il suo sorriso. Purtroppo il carro della Chiesa ha subito per i peccati e la corruzione degli uomini terribili devastazioni. Le sette donne che cantano e danzano (le quattro virtù cardinali e poi le tre virtù teologali, cui Dante è consegnato dopo l’immersione nel fiume Letè), pregano ora in dolce salmodia e piangono. Beatrice sospirosa e pia rivive in qualche modo il dolore di Maria ai piedi della Croce, nell’attesa di un personaggio inviato da Dio che rinnoverà la sua Chiesa.

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