Educare crescendo...nella ricerca della verità

IN COLLABORAZIONE CON L’UNESU - CEI (UFFICIO NAZIONALE PER L'EDUCAZIONE, LA SCUOLA E L’UNIVERSITÀ) EDUCARE CRESCENDO…. NELLA RICERCA DELLA VERITÀ pagane?” Non a caso la critica sottolinea le due personalità di Girolamo, asceta e umanista ( ante litteram , naturalmente). Emerge una visione del mondo che non rifiuta le opere dell’uomo di epoca pre-cristiana, ma le mette al servizio della cultura del mondo nuovo, dove l’anima, la vita (terrena e eterna) non sono ipotesi filosofiche o poetiche, sia pure di altissimo livello, ma sono realtà naturali che discendono dalla massima dignità conferita all’uomo dall’Incarnazione di Gesù: la gioia e la grandezza di chiamare Dio “padre nostro”, credendo e sapendo di essere suoi figli, pur nella nostra fragilità. Il processo di incontro fra cristianesimo e mondo antico non sarà sempre semplice, ma giungerà all’accettazione dell’eredità culturale antica nella sua specificità storica. Agostino, dopo lunga riflessione a proposito delle difficoltà linguistiche espresse dai pagani sul sermo humilis della ”produzione cristiana primitiva nelle sue forma greche e soprattutto nelle sue prime forme latine” (Auerbach, Sermo humilis in Lingua letteraria e pubblico nella tarda antichità latina e nel Medioevo , Milano, 1960, p.48), si esprime sull’autorità delle Scritture: “La sua autorità mi appariva tanto più degna della venerazione e della santa fede, perché essa si apriva a tutti per la lettura, e anche serbava la dignità del suo segreto in un senso più profondo […]offrendosi a tutti con il suo stile chiarissimo e umilissimo E pure mettendo alla prova il vigore intellettuale di coloro che non sono di cuore leggero; per accogliere tutti nel suo seno aperto” ( Confessiones , 6,5). Le Scritture, insomma, adottano lo stile comprensibile a tutti. Quando poi i pagani interpretano la tragedia del sacco di Roma da parte di Alarico re dei Visigoti (410) come vendetta degli dei antichi per essere stati abbandonati, Agostino elabora il De civitate Dei , opera nella quale mette a confronto l’umiltà dei cristiani con la superbia dei pagani. Usando il tipico procedimento apologetico, scrive: “E ora (i pagani) denigrano la civiltà cristiana e attribuiscono a Cristo i mali che la città di Roma ha subito […]. Dovrebbero invece attribuire alla civiltà cristiana il fatto che, fuori dall’usanza della guerra, i barbari li abbiamo risparmiati, o dovunque per rispetto al nome di Cristo o nei luoghi particolarmente dedicati al nome di Cristo, molto spaziosi e quindi scelti […] a contenere molta gente (le chiese in contrapposizione ai templi pagani). […] Leggano ed esibiscano che una città (durante le guerre più antiche) sia stata occupata da stranieri con la garanzia che i nemici risparmiassero coloro che avessero trovati rifugiati nei templi dei loro dei o che un condottiero di barbari avesse ordinato nel saccheggio di una città di non uccidere chi si fosse trovato in questo o quel tempio. Al contrario Enea vide Priamo che ‘lordava di sangue i fuochi sacri che egli stesso aveva consacrato’ (quando fu ucciso da Pirro figlio di Achille).” ( De civitate Dei , I, 1-2)”. L’incontro tra la città di Dio e la città dell’uomo passa attraverso il cuore dell’uomo che conosce la pari dignità delle persone. La definizione di persona, forse più nota, è quella di Boezio: “persona è la sostanza individuale di natura razionale ( De duabus naturis , 3). Il filosofo mette in luce che ogni nome attinente alla persona significa una relazione, concetto a lungo dibattuto dagli studiosi anche in tempi a noi vicini. 63

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