Educare crescendo...nella ricerca della verità

IN COLLABORAZIONE CON L’UNESU - CEI (UFFICIO NAZIONALE PER L'EDUCAZIONE, LA SCUOLA E L’UNIVERSITÀ) EDUCARE CRESCENDO…. NELLA RICERCA DELLA VERITÀ solo per elaborare un pensiero più o meno critico ma anche per l’agire. Guardini ci dice che “noi siamo il nostro tempo, non ci si può mai porre al di fuori del proprio tempo”, dunque se noi siamo il nostro tempo, il tempo ci appartiene, lo dobbiamo abitare perché è il nostro compito. Pertanto, in questa prospettiva l’adesione al tempo ci pone nella condizione di compiere scelte libere che ci pongono nella situazione di non essere fagocitati dal divenire del tempo ma di assumere la giusta distanza critica, quindi un modo sempre nuovo e singolare di intendere la cultura, nel nostro caso il Vangelo e la pastorale, una cultura intesa non come mero sapere intellettivo ma come essere, senza nulla togliere ai saperi. Questo modo di essere, vivendo pienamente la dimensione interiore, ci fa recuperare anche l’aspetto intellettuale della cultura, nella fattispecie dell’annuncio del Vangelo e della pastorale, ci fa cogliere i segni nuovi di germinazione, senza negare l’essere e l’agire. L’invito di Guardini è quello di non avere paura del nuovo che vienema assumere il compito di dare forma e sostanza a questa evoluzione. Di conseguenza, non possono esistere più riserve per la cultura, l’innovazione, l’annuncio del Vangelo, la pastorale, che non possono essere più ristrette in uno spazio. Il tempo come compito, in questa prospettiva, non riguarda solamente il singolo ma è un’intera comunità che ne è investita, nel nostro caso è tutta la comunità dei credenti che è chiamata a vivere il tempo come compito ed abitare il tempo dei luoghi e non luoghi, che il divenire della vita ci pone di fronte. Allora, potremmo affermare che il tempo come compito ci porta verso la difesa dell’umano, per difendere la vita e farla rimanere vivente all’interno degli ingranaggi delle macchine, nella fattispecie all’interno dei “bit” e del processo computazionale. È nel nostro tempo che siamo chiamati a chiederci se nell’era del post- umano, in questo uomo ibridato la vita può essere ancora vivente, siamo chiamati a trovare soluzioni affinché i giovani e gli adulti sappiano distinguere l’umano dal non umano. Si avverte, pertanto la necessità di smitizzare l’uomo ibridato, ma anche la religione, Dio, la Chiesa, la “Tomba Vuota”, così come ha fatto Cristo. Egli ha lasciato la porta del Sepolcro aperta, affinché ogni uomo potesse entrare e fare esperienza del mistero della Risurrezione. Alla Chiesa è chiesto, per un’efficace pastorale nell’era digitale, di indicare la “via crucis” che conduce al Sepolcro, ma soprattutto lasciare aperta la porta della Tomba Vuota, in modo che l’uomo ibridato del nostro tempo lasci morire l’uomo vecchio e sperimenti l’incontro-dono dell’essenza religiosa e della vera vita nuova del Risorto! Conclusione Che cosa ne sarà del vivente? Il compito della pastorale nell’era digitale è quello di non consegnare l’umano al non umano, evitare che l’uomo venga fagocitato nel cyberspazio, ma è altrettanto necessario che la prassi pastorale non precipiti dentro il vortice pancomputazionale, dissolvendosi dentro un presunto cyberspazio da conquistare con la stessa logica del postumanismo o di seguire la via della 145

RkJQdWJsaXNoZXIy NTYxOTA=