Educare crescendo...nella ricerca della verità
IN COLLABORAZIONE CON L’UNESU - CEI (UFFICIO NAZIONALE PER L'EDUCAZIONE, LA SCUOLA E L’UNIVERSITÀ) EDUCARE CRESCENDO…. NELLA RICERCA DELLA VERITÀ «Dal momento del mio ingresso in aula anche le insegnanti di classe, compresa quella di religione, hanno assunto un atteggiamento meno pietistico e permissivo, assumendo tutte un atteggiamento più adeguato che Vittorio ha recepito subito. Ho dovuto lottare per includere Vittorio in tutte le attività della classe. Non l’ho portato mai da solo a fare nessuna attività in disparte, solo lo stretto necessario quando ho dovuto svolgere le valutazioni iniziali. Ho lottato per lavorare con il gruppo classe e con il gruppo di pari età. Il suo principale problema era costituito proprio dal rapporto con il prossimo. Se avessi dato seguito e accettato le indicazioni delle colleghe – “prendi Vittorio e lavora in quel banco” – il suo rapporto con gli altri ed i suoi progressi sarebbero stati inevitabilmente compromessi» 15 . Testimonianza di un genitore «L'ultimo anno è forse stato l'anno più buio. Sono comparsi i comportamenti auto aggressivi, che rapidamente sono diventati un’abitudine: si mordeva la mano destra fino a farla sanguinare. Non riusciva a stare a scuola per più di 2 ore al giorno e con gravi difficoltà! Ricordo ancora la figura di un amorevole bidello che accorreva continuamente a contenerlo quando le insegnanti non erano più in grado di farlo». Gabriele «La scuola ci ha restituito un’immagine inedita di nostro figlio, un’immagine che non conoscevamo: lui, così affettuoso a casa, a scuola era un ribelle che aggrediva senza motivo l’insegnante (anche se mai, per fortuna, i compagni di classe). I colloqui con l’insegnante, frettolosi e frammentati all’uscita di scuola, non erano che l’elenco delle nefandezze compiute da Gabriele. Cercavo di capire che cosa succedeva a scuola, di spiegare che Gabriele non comprende una parola di quanto gli si dice, che forse a scuola si arrabbiava perché non capisce o non è in grado di fare quello che gli si chiede, che leggergli un libro, magari quando sta guardando le figure di un altro libro, non era il modo migliore per intrattenerlo, che se a scuola era aggressivo, e a casa no, non era sgridandolo ore dopo che potevo aiutare l’insegnante a gestirlo…. Negli anni successivi il disastro continuò, ma nella girandola di insegnanti di sostegno ne ricordo anche alcuni davvero motivati ad aiutare Gabriele. Erano giovani alle prime armi, che ancora conservavano preziose doti di curiosità e di umiltà. Con loro tutto andava bene: ci chiedevano consigli, ci ascoltavano, frequentavano i corsi pratici che organizzavamo per loro, ma l’anno dopo tutto finiva: non avevano sufficiente anzianità per mantenere il posto, il successo nell’integrazione di nostro figlio e la nostra soddisfazione per la scuola erano del tutto irrilevanti a fronte delle graduatorie. Ricordo anche un professore di sostegno delle medie, bravissimo. Fu l’unico che capiva la nostra richiesta di educare il nostro bellissimo e affettuosissimo Gabriele ad un comportamento più distaccato con gli estranei. Facemmo un programma insieme e in un anno di paziente lavoro ottenemmo che invece di baciare e abbracciare chiunque il ragazzino porgesse la mano per salutare. Ma anche questa volta 15 D.Vivanti, cit. 126
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