Educare crescendo...nella ricerca della verità

IN COLLABORAZIONE CON L’UNESU - CEI (UFFICIO NAZIONALE PER L'EDUCAZIONE, LA SCUOLA E L’UNIVERSITÀ) EDUCARE CRESCENDO…. NELLA RICERCA DELLA VERITÀ Da cui: l’uso di schede, di tests e di materiale ‘strutturato’, che non comportano ricorso a capacità creative, quanto ad analisi raziocinative. In generale, si afferma la preminenza dell’aspetto analitico su quello sintetico (tanto nella matematica che nello studio delle lingue), e ciò sin dai primi anni del percorso scolare. L’effetto di un tale tipo di insegnamento è uno sviluppo eccessivamente squilibrato della mera facoltà mentale, ossia di un accrescimento della sfera intellettuale non compensato da un armonico sviluppo della sfera affettiva e volitiva. Sarebbe facile mostrare come gran parte del disagio provato dalle nuove generazioni, e della loro fragilità interiore, possa ricondursi proprio a certi errori educativi che si realizzano nella pratica dell’insegnamento. Da qui, l’esigenza di una pedagogia rinnovata, che tragga orientamenti e fondazione dall’insegnamento perenne del Vangelo. 2.3. I soggetti ai quali si rivolge Avere un’antropologia di riferimento per poter interpretare le dinamiche che si svolgono nel contesto classe è importante. Lo è ancor più se ci muoviamo in un ambito che coinvolge studenti con disabilità. C’è un denominatore comune che riguarda tutti e, poi, occorre prestare attenzione ad alcune specificità. Dall’osservazione delle esperienze scolastiche - a fianco ad esempi egregi e a pratiche di eccellenza - trapela a volte un eccesso di astrattezza che pervade l’agire didattico. Le attività d’insegnamento, dovrebbero tenere in maggior riguardo la conformazione della persona e le fasi di sviluppo individuali, secondo una vera e propria ottica pedagogica ovvero secondo un’antropologia pedagogica. Affinché un messaggio sia efficace, affinché colpisca nel profondo e cambi colui al quale è rivolto, occorre conoscere la struttura dell’essere umano. Non bastano prescrizioni astratte, comandi mentali: occorre saper toccare le corde profonde dell’interiorità; altrimenti otteniamo indifferenza e rifiuto. Quando si tratta non solo di istruire , ma di educare , nel senso più pieno del termine, ci si deve rivolgere alla persona in tutta la sua complessità, a tutti gli elementi che armonicamente la compongono. C’è differenza tra “comprendere” e “capire”. “Capire” rimanda al concetto di capacità, che è un termine con più significati. Si parla infatti di capacità per riferirsi all’abilità di una persona, ma anche per indicare la capienza di un recipiente, che è tale proprio in quanto può riempirsi e poi svuotarsi. Capire equivale perciò ad afferrare un concetto, ma con la possibilità di perderlo, di svuotarsene, senza acquisirlo in profondità. “Comprendere” indica invece un’assunzione profonda e più piena di un concetto, che si imprime nella memoria e rimane acquisizione stabile della persona, in grado di incidere nei comportamenti. Il nesso tra l’apprendimento e la memoria ci rivela la complessità dell’essere umano, complessità di cui troviamo traccia nella stessa lingua italiana. Infatti, per denominare gli atti della memoria, la nostra bella e ricca lingua ricorre a tre verbi. Il primo è “rammentare”, che propriamente sta per “riportare alla memoria con la mente”. Si 122

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