Educare crescendo...nella ricerca della verità
IN COLLABORAZIONE CON L’UNESU - CEI (UFFICIO NAZIONALE PER L'EDUCAZIONE, LA SCUOLA E L’UNIVERSITÀ) EDUCARE CRESCENDO…. NELLA RICERCA DELLA VERITÀ stata affidata in una prospettiva aperta al Bene. Immaginiamo una semplice richiesta di informazione: «Scusi, dov’è San Pietro?» La risposta potrebbe essere molto precisa, ma impersonale, distante: «Prosegua per duecento metri lungo questa strada, su via delle Fornaci e, poco prima del semaforo, scorgerà sulla sinistra un sottopasso pedonale. Lo imbocchi e lo percorra tutto. Appena ne sarà uscita si troverà davanti al Colonnato di San Pietro». Precisa, inappuntabile risposta, data da un passante cortese o da un vigile urbano: un’informazione, appunto, solo un’informazione. Invece nell’interlocutore potrebbe accendersi una luce, intuendo che chi ci interpella forse si sta recando all’Angelus e allora, consuonando interiormente con lui e avvertendo un idem sentire , daremo magari la stessa risposta, o con parole simili, ma irrorate di calore, di vicinanza interiore. Forse aggiungeremo una domanda per accertarci che davvero si stia recando all’Angelus. E, una volta salutato, lo accompagneremo con lo sguardo e con un pensiero affettuoso, poiché lo vediamo rivolto verso una prospettiva di Bene. Ecco, questo sguardo e questo pensiero che accompagna è quel quid immateriale che si accende nella relazione educativa, quando non solo rispondiamo alle domande dei nostri allievi, ma li accompagniamo e confidiamo nel loro accrescersi, sapendo che ogni nostra parola può essere un seme di futuro, un seme di Bene. E questo non è un elemento fisicamente misurabile, ma è un “valore”. Analogamente, fuor di metafora rientrando tra le mura scolastiche, tante domande rivolte dagli studenti ai loro insegnanti cadono spesso nel nulla, oppure ricevono risposte precise e corrette, ma asettiche e statiche, che non interpretano il futuro e non accompagnano nel cammino… mentre è questa la richiesta sottesa ad ogni loro interpellarci: «Accompagnami, stammi vicino, aiutami a conoscere». Ricordo sempre quanto mi raccontò un giorno un professore dell’Istituto alberghiero Borsellino di Palermo, che volle spiegarmi come decise di dedicarsi all’insegnamento. Carmelo (è questo il ricordo incerto che ho del suo nome) portò alla memoria un episodio della sua adolescenza a scuola, quando frequentava come studente lo stesso Istituto nel quale poi diventò docente. Aveva 15 anni e la professoressa di Chimica aveva appena spiegato un’equazione quando, rivolta alla classe, chiese: «Ragazzi, è tutto chiaro? Avete compreso bene ciò che vi ho spiegato?». Carmelo, incrociando gli occhi della sua professoressa, rispose con un gesto del viso verso l’alto e uno schiocco delle labbra, a dire «No». «Nessun problema, Carmelo – fece allora l’insegnante – te lo rispiego»; e subito si mise a farlo. Completata di nuovo la spiegazione, dopo aver svolto un nuovo esempio alla lavagna, si rivolse di nuovo alla classe, e a Carmelo, per chiedere se fosse tutto chiaro. Ma Carmelo, incrociato di nuovo lo sguardo, lo volse questa volta verso il basso, poiché ancora non aveva capito. L’insegnante sollevò la mano dove teneva stretto tra le dita il gessetto e rimase per un attimo sospesa. Avrebbe potuto, in quel momento, lasciar cadere le braccia e dire «Carmelo, io te l’ho rispiegato ma ora dobbiamo andare avanti, ci sarà modo di ritornare sull’argomento» oppure, con toni più crudi, esprimere un giudizio severo sul suo allievo, magari richiamando elementi di demerito…e invece no, sollevò la mano, sospesa a mezz’aria, e 114
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