9-10 Settembre-Ottobre 2025

15 LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXXII - Numero 9-10 - Settembre-Ottobre 2025 sciremo a stare di fronte al mistero del male e a resistergli. Per questo sento sempre più impellente il richiamo a tenere fisso lo sguardo su Gesù (cf. Eb 12,2). Solo così riusciremo a mettere ordine dentro di noi e a guardare alla realtà con occhi diversi. E insieme a Gesù, come comunità cristiana vorremmo raccogliere le tante lacrime di questi due anni: le lacrime di chi ha perso parenti, amici, uccisi o rapiti, di chi ha perso casa, lavoro, paese, vita, vittime innocenti di una resa dei conti di cui ancora non si vede la fine. Lo scontro e la resa dei conti sono stati la narrativa dominante di questi anni, con la inevitabile e dolorosissima conseguenza delle prese di posizione. Come Chiesa la resa dei conti non ci appartiene, né come logica né come linguaggio. Gesù, nostro maestro e Signore, ha fatto dell’amore che si fa dono e perdono, la sua scelta di vita. Le sue ferite non sono un incitamento alla vendetta, ma la capacità di soffrire per amore. In questo tempo drammatico la nostra Chiesa è chiamata con maggiore energia a testimoniare la sua fede nella passione e risurrezione di Gesù. La nostra decisione di restare, quando tutto ci chiede di partire, non è una sfida ma un rimanere nell’amore. Il nostro denunciare non è un’offesa alle parti, ma la richiesta di osare una via diversa dalla resa dei conti. Il nostro morire è avvenuto sotto la croce, non su un campo di battaglia. Non sappiamo se questa guerra davvero finirà, ma sappiamo che il conflitto continuerà ancora, perché le cause profonde che lo alimentano sono ancora tutte da affrontare. Se anche la guerra dovesse finire ora, tutto questo e molto altro costituirà ancora una tragedia umana che avrà bisogno di molto tempo e tante energie per ristabilirsi. La fine della guerra non segna necessariamente l’inizio della pace. Ma è il primo passo indispensabile per cominciare a costruirla. Ci attende un lungo percorso per ricostruire la fiducia tra noi, per dare concretezza alla speranza, per disintossicarci dall’odio di questi anni. Ma ci impegneremo in questo senso, insieme ai tanti uomini e donne che qui ancora credono che sia possibile immaginare un futuro diverso. La tomba vuota di Cristo, presso cui mai conostre coscienze ed è all’origine di riflessioni, non solo politiche ma anche spirituali. La violenza spropositata a cui abbiamo assistito fino ad ora ha devastato non solo il nostro territorio, ma anche l’animo umano di molti, in Terra Santa e nel resto del mondo. Rabbia, rancore, sfiducia, ma anche odio e disprezzo dominano troppo spesso i nostri discorsi e inquinano i nostri cuori. Le immagini sono devastanti, ci sconvolgono e ci pongono davanti a ciò che san Paolo ha chiamato “il mistero dell’iniquità” (2Tes 2,7), che supera la comprensione della mente umana. Corriamo il rischio di abituarci alla sofferenza, ma non deve essere così. Ogni vita perduta, ogni ferita inflitta, ogni fame sopportata rimane uno scandalo agli occhi di Dio. Potenza, forza, violenza sono diventati il criterio principale sul quale si fondano i modelli politici, culturali, economici e forse anche religiosi del nostro tempo. Abbiamo sentito molte volte ripetere in questi ultimi mesi che bisogna usare la forza e solo la forza può imporre le scelte giuste da fare. Solo con la forza si può imporre la pace. Non sembra che la storia abbia insegnato molto, purtroppo. Abbiamo visto nel passato, infatti, cosa producono violenza e forza. Dall’altro lato, però, in Terra Santa e nel mondo, abbiamo assistito e vediamo sempre più spesso la reazione indignata della società civile a questa arrogante logica di potere e di forza. Le immagini di Gaza hanno ferito nel profondo la comune coscienza di diritti e di dignità che abitano il nostro cuore. Questo tempo ha messo alla prova anche la nostra fede. Anche per un credente non è scontato vivere nella fede tempi duri come questo. A volte percepiamo forte dentro di noi la distanza tra la durezza degli eventi drammatici da un lato, e la vita di fede e di preghiera dall’altro. Come se fossero lontane l’una dall’altra. L’uso della religione, inoltre, spesso manipolata per giustificare queste tragedie, non ci aiuta ad accostarci con animo riconciliato al dolore e alla sofferenza delle persone. L’odio profondo che ci invade, con le sue conseguenze di morte e dolore, costituisce una sfida non indifferente per chi vede nella vita del mondo e delle persone un riflesso della presenza di Dio. Da soli non riusciremo a comprendere questo mistero. Con le nostre sole forze non riu-

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