La Scuola e l'Uomo - n. 7-8-Luglio-Agosto 2021
LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXVIII - Numero 7-8 - Luglio-Agosto 2021 44 Dal lo Scaf fale al lo Schermo dell’israeliano Moshé Mizrahi e con Simone Signoret protago- nista, il romanzo diventa film, vince tre Premi César, un David di Donatello e l’Oscar come mi- glior film straniero. Nel 2020, Edoardo Ponti, al suo secondo lungometraggio dopo « Cuori estranei » (2002), realizza un remake italiano mantenendo al- cune caratteristiche, spostando l’azione dalla banlieu di Parigi a Bari, modificando le atmosfe- re ed eliminando la narrazione in prima persona. Protagonista Sofia Loren (la mamma è sem- pre la mamma) che ritorna sul set dopo 10 anni di latitanza. La domanda. La solita: meglio il romanzo o le due trasposizio- ni filmiche? Le gare, come ben si sa, han- no valore quando i contenden- ti hanno grosso modo le stesse chances di vittoria e quando la giuria è imparziale. Ma qui siamo di fronte a due film che devono fare i conti con la mi- gliore trasposizione filmica che si possa immaginare: la nostra. Chi legge, anche senza volerlo, diventa sceneggiatore, costu- mista, scenografo, regista e produttore di se stesso. E sic- come «ogni scarrafone è bello a mamma sòja», anche la giu- ria è di parte. Ergo: la gara non esiste. Esiste, tuttavia, la facoltà di riflettere e di commentare. Partiamo, allora, dalla trama a beneficio di chi non ha letto e visto. Ed è subito perplessità. Quale trama? Romanzo, film 1 o film 2? Scegliamo la versione di Ponti. Momò è un bambino senega- lese che è arrivato in Europa non si sa come e che, come tan- ti altri bambini, pur avendo la vita davanti a sé, è in balia di se stesso. Quando viene affidato a Madame Rosa – che ha la vita al- le spalle , è ebrea sopravvissuta flash e l’immediato collega- mento alle vicissitudini di un al- tro personaggio che, durante la depressione del ’29 che attana- gliava l’America, andava in tilt, diventava nomade e sbarcava il lunario facendo diversi lavoret- ti. Si chiamava Charlot e anche lui completava la sua odissea avviandosi su una strada. Era a piedi ma aveva una ragazza al suo fianco. Fern ha il suo furgo- ne ma è sola. Dove andrà? Altre tappe e altri incontri, oppure quello è l’ultimo viaggio sulla strada già percorsa dal suo Bo? Chloé Zhao non ce lo dice. E fa bene, perché in tal modo ci permette di entrare nella vi- cenda e di completarla a nostro piacimento. Magari prendendo in prestito le stesse parole di Charlot che invita la monella a sorridere nonostante tutto per- ché « un giorno senza sorriso è un giorno perso ». Altri se. Questa volta co- me «congiunzione con valore dubitativo». Per esempio: se pensate che andare al cinema equivale a ri- dere e a distendersi; se , dopo aver visto un film, non vi dispia- ce riflettere… Nel primo caso, rimanete a casa. Nel secondo, non ve lo perdete. ( Italo Spada (italospa- da@alice.it ) LA VITA DAVANTI A SÉ PER IL RISVEGLIO DELLA PIETÀ La Cronaca. Nel 1975, lo scrit- tore francese di origine lituana Roman Gary pubblica, con lo pseudonimo di Emile Ajar, il ro- manzo « La vita davanti a sé ». Due anni dopo, con la regia un film, come avviene per altre opere, può contemporaneamen- te essere racconto-documen- to-poesia-saggio. Prendiamo la storia di Fern (nella realtà la ultrasessan- tenne Linda May e sullo scher- mo una bravissima Frances McDormand). Facciamo la sua conoscenza quando decide di fare una vita da nomade non per il gusto dell’avventura, ma perché la chiusura dell’azienda dove lavorava e la morte del marito Bo l’hanno improvvisa- mente scaraventata in mez- zo alla strada. Con coraggio e fermezza, decide di superare la batosta estirpando le radici, trasformando in monocamera ambulante il suo caravan e in- traprendendo un viaggio senza meta. Senzacasa, ma non sen- zatetto , come avrà modo di precisare, farà più lavori, vedrà altri posti, percorrerà desolate campagne, rimarrà incantata dalla bellezza delle montagne e, soprattutto, conoscerà altra gente. Sul suo caravan c’è posto an- che per noi; da distratti spet- tatori, a mano a mano che le tappe si susseguono, diventia- mo partecipi dei suoi lavori sal- tuari, delle sue difficoltà, dei suoi incontri nelle libere aree di parcheggio e nei raduni. È così che la cinepresa smette di essere occhio che registra (alla Dziga Vertov, per inten- derci) e diventa strumento di pedinamento neorealista (alla Zavattini); da film on the ro- ad con una sola protagonista, Nomadland prende forma di film collettivo dove si narrano storie di sopravvivenze, di de- lusioni e di emarginazioni e si sottolineano l’importanza delle amicizie e il valore del recipro- co aiuto. Con un finale aperto che non può non richiamare « Tempi moderni » (1936). Un Nomadland, Regia: Chloé Zhao, Con: F. McDormand, D. Strathaim, G. DeForest, L. May, C. Swankie, B. Wells, USA, 2020, Durata, 107’
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