La Scuola e l'Uomo - n. 3-4-Marzo-Aprile 2021

LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXVIII - Numero 3-4 - Marzo-Aprile 2021 8 S p i r i t u a l i t à (Par. XXXIII,12) sostiene tutto il cammino di Dante, attraverso l’Inferno, il Purgatorio. La speranza di vedere Dio spinge Dante e le anime purganti alla penitenza ed all’acquisi- zione della virtù e riempie di gioia il poeta che sale con Beatrice nei vari cieli fino alla visione conclusiva di Dio. L’esame sulla carità Dante riflette spesso nella Divina Commedia sulla virtù teologale della carità. Essa è l’amore di Dio che si riversa sulle sue creature: egli le ha chiamate all’esistenza liberamente, per poter effondere su di es- se anche lo splendore della sua vita, quan- do «s’aperse in nuovi amor l’eterno amore» (Par. XXIX, 18). La carità ha pertanto un’o- rigine divina e partecipare a questo amore da parte delle creature dotate di intelletto e volontà è una risposta a Dio, un vincolo che ci lega a Colui che ci ha chiamati a parteci- pare allo splendore della sua gloria. Dio è un infinito ed ineffabile bene che si riversa nell’anima che vuole amarlo. Egli effonde e riceve amore come i raggi del sole corrono allo specchio che li assorbe e poi a sua volta li restituisce (Cfr. Purg. XV, 67-75). L’amore, luce divina e sommo bene, risplende prima di tutto nella nostra intelligenza; quando questa luce divina è accolta e interiorizzata, essa da sola e per sempre accende l’amore verso di sé. E se nella vita un altro oggetto attrae il nostro amore, questo non è che una parvenza di quella luce eterna che traspa- re in esso, scambiato per il bene. (Cfr. Par. cioè la sua vita ed il suo amore, a sperare in Lui, e dalla stessa lettera di san Giacomo che parla del premio eterno concesso a chi vince le tentazioni, ed ai poveri ed agli umili che ripongono la loro fiducia in Dio. Dante ha at- tinto dalla parola di Dio la speranza con tanta abbondanza da poterla riversare sugli altri. L’apostolo Giacomo è davvero compiaciuto di questa risposta, perché la luce in cui è av- volto emette improvvisi bagliori, ma aggiunge un’ulteriore domanda: vuole sapere che cosa promette concretamente la virtù teologale della speranza. Dante risponde con sicurezza che l’Antico ed il Nuovo testamento indica- no con precisione l’oggetto della speranza: il profeta Isaia afferma infatti che le anime amiche a Dio, giunte nella propria patria, che è la dolce vita del paradiso, risorgeranno con il loro corpo e San Giovanni nell’Apocalisse conferma questa verità rivelata, parlando delle bianche stole dei beati, ossia dei loro corpi gloriosi e luminosi. Tutti i beati approvano la risposta di Dante: una voce intona il versetto del salmo IX, «Sperent in te», e ad essa rispondono in coro le corone lu- minose e danzanti dei santi. La speranza è pertanto la secon- da delle virtù teologali, infusa da Dio in chi crede e riceve il battesimo: è una speciale grazia divina che eleva l’uomo al di sopra delle sue forze na- turali. Egli confidando in Dio e nella sua infinita bontà, ha la certezza di raggiungerlo come suo ultimo bene, divenen- do partecipe della stessa vita di Dio: un bene che sorpassa tutte le possibilità umane. I me- riti, se così si può dire, che precedono il dono della grazia, non sono sufficienti per ottener- la: i meriti conseguenti alla grazia ed effetto di essa entrano tuttavia come elemento se- condario, ma necessario per fondare la spe- ranza, che stimola a vivere con passione ogni azione del tempo presente. Tutta la Divina commedia è di fatto com- penetrata di speranza soprannaturale, tanto da ricevere da essa il suo slancio profetico ed il suo dinamismo. Maria, definita nel Paradiso per i mortali «di speranza fontana vivace»

RkJQdWJsaXNoZXIy NTYxOTA=