Auguri Cesarina Checcacci SU n. 3-4 2011

LA SCUOLA E L’UOMO numero 3-4 anno LXVIII marzo-aprile 2011 43 DEDICATO A CESARINA CHECCACCI, CON IMMUTATO AFFETTO D evo riconoscere che nel momento in cui mi è stato chiesto di scrivere una riflessione su Cesarina Checcacci mi sono commossa: l’invito mi è parso infatti una ulteriore conferma di ciò che ha signifi- cato la nostra amicizia e la nostra leale col- laborazione, non solo per ciascuna di noi due, ma per la scuola del nostro amato Pae- se. E credo di poterlo dire senza falsa mode- stia e senza presunzione, a testimonianza di una qualità di rapporti interpersonali che ci ha messo in grado di superare le molte diffe- renze di carattere e convinzioni, in vista di un bene comune. Cesarina ed io eravamo infatti molto di- verse per scelte di vita, carattere, opzioni politiche e religiose, storie personali. Questa diversità non ci ha tuttavia mai impedito di ascoltare ciascuna le ipotesi e le ragioni del- l’altra per cercare insieme la più proficua sintesi possibile, che è cosa più ardua, ma anche più utile, del ricorrere a mediazioni rocambolesche, tutte affidate ad artifici re- torici e linguistici. Quanto all’irrigidirsi ciascuna sulle pro- prie convinzioni, rinunciando a priori al dia- logo, è una prospettiva che non ci ha mai tentato: sapevamo troppo bene che il muro contro muro ci avrebbe impedito di capire davvero, per esperienza diretta, quali sono (o dovrebbero essere) i capisaldi, normativi e culturali, a cui ancorare la vita quotidiana e il governo di una scuola effettivamente pubblica, in un paese democratico, che vo- glia essere tale non solo sulla carta. Una scuola cioè che sia capace non solo di acco- gliere tutta l’articolata popolazione infantile e giovanile che ha il diritto dovere di istruir- si, ma anche di tenere conto della moltepli- cità di provenienze, sentimenti, aspettative personali da cui partire per agevolare il de- collo di ciascun soggetto verso la vita che vorrà vivere, senza ricorrere ad assoluzioni per eccesso di indulgenza che finiscono con lo svuotare di significato la stessa funzione formativa dell’istruzione. La politica scolastica italiana, quella ela- borata (o improvvisata) a livello parlamenta- re e di governo, non ha, neppure in passato, avuto sempre idee chiare su come procede- re, sul piano legislativo ed esecutivo, per mettere la scuola in condizione di consegui- re risultati oggettivamen- te soddisfacenti e gratifi- canti sia per i soggetti in formazione e le loro fami- glie, sia per i docenti, comprensibilmente sem- pre più frustrati sul piano professionale, sociale ed economico. Non è dunque un caso che nella Prima Repubblica siano stati so- prattutto gli insegnanti a preoccuparsi di segnalare i problemi reali che si sa- rebbero dovuti risolvere per essere in linea con la Costituzione, che si inse- gnava anche allora e sicu- ramente con più credibi- lità di oggi, quanto meno sul duplice piano del ri- spetto dei valori di fondo, comuni e condivisi, e del valore dell’istruzione che attraverso l’ap- proccio critico ai contenuti ed ai metodi del- le discipline è in grado di sostenere lo svi- luppo di personalità consapevoli e libere, ed in tal senso anche di educare. È evidente che nessun docente preten- deva di usurpare i poteri degli eletti dal po- polo o di espropriare le famiglie del dovere di educare i loro figli. Importante era sem- mai far sentire, sui problemi della scuola, anche la voce di chi era professionalmente qualificato in materia ed avrebbe comun- que dovuto attuare nella quotidianità ordi- namenti e programmi. Questo l’allora mini- stro Franca Falcucci l’ha sempre sostenuto, ed è giusto ricordarlo in questa occasione, con gratitudine. Ho conosciuto Cesarina Checcacci ai tem- pi della gestazione della riforma della scuola media, all’inizio degli anni Sessanta, ed ab- biamo collaborato in modo via via più inten- di Ethel PORZIO SERRAVALLE, già Sottosegretario di Stato MPI

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