Marzo 2020

LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXVII - Numero 3 - Marzo 2020 8 più, ma non bisogna dimenticare la necessi- tà delle competenze di base che oggi sono sempre più richieste da un lavoro dotato di forte capacità innovativa, a sua volta ricco di saperi. Se la scuola ha bisogno di ripensa- re alla metodologia: in che modo ad esempio gli studenti sono in grado di usare le cono- scenze scientifiche e di applicarle alla vita reale, la formazione professionale deve dare più sostanza agli apprendimenti perché è im- portante sapere cosa si deve conoscere per essere in grado di fare (PISA). Siamo abbon- dantemente sotto la media OCSE. La nostra tradizione umanistica rimane alla base del percorso scolastico in cui dal- la trasmissione dei contenuti si accumulano i saperi, mentre lo sviluppo tecnologico richia- ma alla trasformazione della realtà da cui si costruiscono le competenze. Di ciò faticano a convincersi quei docenti formatisi alla scuola del sapere, che considerano il fare solo un rimedio a posteriori e non una strategia che può indirizzare il processo di apprendimento. Su questa base viene praticata la selezione condannando le cosiddette intelligenze ope- rative all’insuccesso. Lavorare per competenze invece significa integrare i due aspetti, quello della cono- scenza e dell’azione, attraverso una didattica laboratoriale, che si rivela più interessante per l’esperienza tecnologica dei nostri giova- ni sollecitati ad un approccio attivo. Sono le competenze, infatti, a far arrivare più diret- tamente in contatto con il mondo produttivo, con un modo di costruire gli stessi saperi da utilizzare nelle trasformazioni. In termini di risultati ciò produce il riconoscimento di cre- diti che proietta i giovani verso una forma- zione permanente. Tale modo di apprendere vale anche per consolidare una sempre mag- giore capacità di relazione tra le persone e le comunità che promuovono la cittadinanza attiva e contribuiscono alla costituzione del «capitale sociale». La questione politica pertanto pone al centro la costruzione di una grande area lega- ta alla formazione per il lavoro che veda sta- to e regioni impegnati in modo integrato per dare risposte in questa direzione ai territori a sostegno della domanda delle aziende e che offra ai giovani una qualificata formazione in vista della loro occupazione. anni. Il quinto verrà gestito in autonomia dal- le scuole, al fine di preparare gli esami di sta- to e i crediti per i percorsi successivi. Il 40% delle ore del triennio si potranno utilizzare per la declinazione dei profili territoriali e si potranno valorizzare, come si è detto, anche le competenze non formali ed informali. Al fine di consentire agli istituti di decli- nare gli indirizzi sulla base delle esigenze del territorio, le Regioni indicheranno le priorità da tenere in considerazione, ed a partenaria- ti locali verrà affidato l’ampliamento dell’of- ferta formativa, il potenziamento dei labora- tori ed i percorsi di alternanza scuola-lavoro che possono essere realizzati in questi istituti a partire dal secondo anno. Un anno solo è poco per valutare l’effica- cia del cambiamento, anche se il ministero è già dovuto intervenire per precisare i termini della valutazione secondo la logica del pia- no individuale, il che significa che c’è ancora bisogno di una direttiva e che le routine pro- fessionali non sono cambiate, ma comunque per entrambi i canali il problema rimane la qualità della formazione. Negli IP si pensa di poterla ottenere agitando lo spauracchio del- la selezione, ma dall’altra parte ed anche nel mondo del lavoro si pensa più alla mansione che alla formazione. Nelle indagini sull’ap- prendistato (ANPAL) infatti della formazione erogata in azienda non si hanno adeguate in- formazioni circa gli standard che qualificano l’esperienza aziendale. I datori di lavoro con- siderano soltanto in subordine l’opportunità di formare in azienda le professionalità ne- cessarie e per il mercato del lavoro e spesso non vengono gran che considerati nemmeno tutte le certificazioni, specialmente quando si ha a che fare con giovani disoccupati. La formazione aziendale si occupa perlopiù di si- curezza o di accrescere le conoscenze di tipo tecnico-operativo in situazione lavorativa, mentre raramente si lavora ad esempio sulla componente relazionale (ISTAT). Nella filiera del IFP si fa ricorso sempre più al ciclo breve per una specifica figura profes- sionale e si punta al rapido inserimento in azienda o si cerca di rimotivare e di recupe- rare all’apprendimento coloro che preferisco- no modalità formative basate sull’esperienza, la pratica, la laboratorialità e lo stage . Il sistema trasmissivo dunque non funziona

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