1-2 Gennaio Febbraio-2026

32 Anno LXXXIII Numero 1-2 - Gennaio-Febbraio 2026 ceva musica” e la grande maggioranza degli studenti. La riforma Gentile del 1923 non riconobbe alla musica un ruolo centrale nei curricoli scolastici, in particolare nella scuola secondaria e nei licei, dove la disciplina risultò sostanzialmente assente. Questa assenza persiste ancora oggi nella scuola secondaria di secondo grado: la storia della musica, ad eccezione dei licei musicali, non è prevista in alcun indirizzo di studio, causando una grave lacuna se confrontata con la presenza consolidata e pluridecennale della storia dell’arte. Nel secondo dopoguerra iniziò lentamente a maturare una nuova sensibilità nei confronti dell’educazione musicale, intesa non più solo come formazione professionale ma come componente del diritto all’istruzione. Una svolta significativa si ebbe con l’istituzione della scuola media unica nel 1962: per la prima volta l’educazione musicale venne riconosciuta come disciplina obbligatoria per tutti gli studenti della scuola secondaria di primo grado, inizialmente con un’ora settimanale, poi con due. A partire dalla metà degli anni Settanta si avviò una fase di sperimentazione che segnò l’inizio di un profondo rinnovamento, con l’attivazione di corsi a indirizzo musicale che introducevano lo studio dello strumento, la più strutturale e meno episodica, puntando a una maggiore uniformità sul territorio nazionale e riducendo le disuguaglianze oggi legate alle risorse economiche, alle dotazioni strumentali e alle opportunità offerte dai singoli contesti scolastici. L’istruzione musicale in Italia: un po’ di storia Nel corso del Novecento e dei primi decenni del XXI secolo, l’istruzione musicale in Italia ha conosciuto un’evoluzione complessa, discontinua e per molti aspetti tardiva rispetto ad altri Paesi europei. Questo percorso accidentato è stato fortemente condizionato da una storica separazione tra la scuola generale e le istituzioni di alta formazione musicale, in particolare i conservatori, che hanno a lungo rappresentato l’unico luogo deputato a una formazione musicale strutturata e riconosciuta. All’inizio del XX secolo, nel contesto dell’Italia liberale, la musica occupava un ruolo marginale all’interno della scuola pubblica. L’insegnamento musicale era sostanzialmente limitato al canto corale nella scuola elementare, spesso affidato a docenti privi di una specifica preparazione, e orientato a finalità prevalentemente educative, morali o patriottiche. La musica, più che come linguaggio artistico, veniva utilizzata come strumento di disciplina o di coesione sociale. Parallelamente, i conservatori, regolati ancora dalla normativa ottocentesca, erano concepiti come istituzioni d’élite destinate alla formazione di professionisti della musica, in un’ottica fortemente selettiva e accademica. Mancava del tutto un raccordo tra educazione musicale di base e formazione specialistica, creando una frattura profonda tra chi “fa-

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