Novembre-Dicembre-2012
3) dialogare sapendo essere «comprensivi» – come dice E. Morin – cogliendo i nessi dei mes- saggi che si passano, contestualizzandoli, ma anche ricercando il comune, l’essenziale, ciò che veramente si voleva dire e tutti si vuole ri- cercare e raggiungere; 4) dialogare mettendosi nei panni degli altri, sapendosi dislocare dalla nostra prospettiva e vedere le ragioni degli altri; o, meglio, vedere la vita propria e altrui, i fatti e gli avvenimenti, per quanto è possibile, nell’orizzonte di ciò che ci accomuna e dice il bene e il senso che, tutti, e i ragazzi in particolare, stanno ricercando. Riuscire a farlo mettendosi nei «panni di Dio», vedendo le cose, i fatti, le persone e quanto ac- cade, con l’occhio buono e misericordioso con cui Padre ci vede e dialoga con noi, sarebbe l’ottimo. 5) dialogare facendo i conti con il «cattivo» che c’è dentro di ciascuno di noi, prendendone coscienza, non facendolo troppo debordare, ma facendo in modo che stia al suo posto, lasciando spazi alla presenza interiore dell’altro persona- le, culturale, religioso e dell’immenso mistero di Dio; 6) dialogare avendo coscienza degli schemi mentali propri e di gruppo, con un’attenzione particolare al «nostro» modo di concepire l’uo- mo, il mondo, Dio (le tre grandi idee della «dia- lettica» Kantiana) nettamente occidentali e li- mitate; 7) attivare l’interscambio dialogico nella co- scienza che le nostre concezioni (idee, teorie, modelli) sono id quo cognoscitur (ciò attraverso cui conosciamo), e non id quod cognoscitur (ciò che conosciamo); 8) dialogare ponendosi in atteggiamento di: «alla lunga e alla grande», vale a dire con una visione del mondo e della vita larga e grande, facendo attenzione ai processi e agli orizzonti ideali e non solo agli atti e ai fatti; avendo un cuore che desidera vuole cose grandi, e in tal senso lasciare sognare i giovani: caso mai a sperli realizare almeno un poco, saggiamente, senza scoraggiarsi, aiutandoli a scoprire alterna- tive, ecc.; 9) dialogare cercando di volere «agapicamen- te» il bene (cioè secondo il modo di Dio di vole- re bene) dei giovani (che sono soggetti indivi- duali e soggetti sociali), al di là del loro essere, della loro storia, del loro «credo»; 10) dialogare ponendosi – anche nei momenti difficili e di ostilità – in una prospettiva di «per- dono», vale a dire di gratuità (ricevuta e ri-do- nata), nella coscienza della Paternità di Dio (o, al minimo, della Trascendenza che ci sorpassa: tutti e tutto); in altre parole, ponendoci in una prospettiva e in un comportamento di gratuità e di tensione verso ciò che tutti e tutto supera: al minimo una «fede» (laica e/o religiosa) nella vi- ta umana e una sua qualificazione umanamente degna. Nell’anno della fede Il papa Benedetto ci invita quest’anno ad ap- profondire la nostra fede, il cui centro è il rap- porto personale con Cristo, partner della nostra esistenza e via, verità e vita di essa: non solo della nostra ma di quella di tutti. Vivere dialo- gando è realizzare a tutti i livelli il modo con cui Lui si tratta con noi: il dialogo con Lui è modello per il nostro relazionarci e dialogare con gli al- tri. Papa Benedetto ci invita anche ad evangeliz- zare, cioè a portare Cristo a tutti e in tutto il mondo perché si abbia la salvezza e il bene per tutti. Capite subito che il dialogo serve molto anche a questo! In questa linea mi piace concludere questo mio…dialogare con voi, con le parole di Gesual- do Nosengo, tratte da Gesualdo Nosengo, Anima- zione di fede e lavoro di gruppo, in «Fede e Scuola», 1968, 1, pp. 1-4, che io ho riportate nel Libretto che abbiamo utilizzato nel Congres- so. Nosengo ci ricorda: «La fede del cristiano non è una fede di gen- te isolata, bensì la fede di un popolo voluto, co- stituito e mantenuto insieme da Dio per iniziati- va di Gesù Cristo Suo Capo e principio di vita Quando dei credenti professionisti raccolti in un gruppo professionale nel nome di Gesù, rico- nosciuti e assistiti dalla Chiesa come gruppo, si propongono di meditare e di pregare insieme, di ricercare insieme come meglio vivere la propria fede nella professione e come meglio esprimerla nelle loro relazioni sociali e nei loro interventi essi non soltanto sono autenticamente un «pez- zo» di Chiesa, un frammento del popolo di Dio, ma operano con una grazia nuova sul piano pro- prio della fede e, quindi, con possibilità maggio- ri nel senso delle individuazioni di impostazioni e rispondendo con maggior pienezza obbiettiva alle proprie responsabilità personali e professio- nali». Vi auguro e mi auguro di sentire e di vivere la nostra professionalità scolastica in queste fede verace e operosa: sempre, ma in particolare quest’anno, anno della Fede. don Carlo S p i r i t u a l i t à 4 LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXIX - Numero 11-12 - Novembre-Dicembre 2012
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