Un conflitto senza tempo (nn. 5-6/2021)

«Ebrei, cristiani e musulmani in dialogo per la pace nel mondo» è un progetto proposto dall’UCIIM, in collaborazione con UCEI e COREIS, di cui già avevamo dato notizia nel numero di gennaio-febbraio 2020 di questa rivista. Tale progetto è stato bloccato dalla situazione pandemica. Eppure, visto quanto oggi accade in terre a tutti noi sacre e care, sarebbe stato molto utile. In attesa di poterlo realizzare pubblichiamo, sul tema, le seguenti riflessioni, convinti che avere una sintesi sulla dimensione e la portata storica della questione sia utile a ciascuno di noi per informare e formare correttamente gli alunni.

Rosalba Candela, Presidente Nazionale – Elena Fazi, Vicepresidente vicaria Nazionale 


Tommasina Barillà, docente e formatrice UCIIM

C’è un’immagine che commuove e indigna, simbolo tragico di un conflitto senza tempo: Omar ferito al volto, l’espressione sofferente, avvolto in una coperta bianca e in braccio a un infermiere, poco dopo, disteso in un reticolo di tubicini, papà Muhammad in lacrime bacia la mano minuscola. Omar ha pochi mesi ed è vivo perché la sua mamma, donandogli un ultimo gesto d’amore, gli ha fatto da scudo, l’ha protetto con il corpo mentre tutto tremava: i muri, il cuore, le voci… La casa di Omar, di cui restano mozziconi di muri e montagnole di detriti, sorgeva nel campo profughi di Al-Shati, a Ovest di Gaza City, nel cuore dell’ultima battaglia tra Israele e Palestina, svoltasi tra il 10 e il 21 maggio: undici giorni di fuoco e vittime innocenti. Sul fronte palestinese, secondo il ministero della sanità, i caduti sotto i bombardamenti israeliani sono stati 230, di cui 65 bambini, 39 donne e 17 anziani. E il piccolo Omar è uno dei 1.710 feriti. Sul fronte israeliano, dove i dati sono meno aggiornati, si contano comunque 12 morti e centinaia di feriti. Numeri che inchiodano le coscienze di chi fomenta, di chi arma, di chi assiste senza placare: i bambini sono bambini in qualunque Paese crescano e le ragioni di una guerra non assolvono. Nemmeno vogliamo avventurarci nel dibattito su Israele che si difende da un regime, Hamas, che da mesi incita la popolazione palestinese a marciare verso i suoi confini, su Israele avamposto ebraico della cultura occidentale invisa al fondamentalismo islamico, o, viceversa, sulla Palestina che subisce un massacro e non partecipa a una guerra o partecipa a una guerra impari. Da una parte un fazzoletto sovrappopolato di terra e dall’altro una potenza che lo circonda e discrimina. I morti non hanno nazionalità, le radici dell’odio sono intricatissime e conta estirparle, non solo capirle. «Tanti innocenti sono morti – ha detto il Papa nei giorni del fuoco e del lutto, appellandosi alla pace -. Tra di loro ci sono anche i bambini, e questo è terribile e inaccettabile. La loro morte è segno che non si vuole costruire il futuro, ma lo si vuole distruggere». Il Papa invoca la deposizione delle armi, il dialogo, la rinuncia all’odio. 

Il sogno è che l’appello sia accolto. La tregua è arrivata, ma si spera sia eterna. Perché da decenni una terra contesa alimenta una spirale di violenza, e ha mietuto vittime e seminato dolore, annerito di lutto e arrossato di sangue. Una lunga, tragica storia cominciata alla fine della Prima guerra mondiale, quando l’immigrazione degli Ebrei in Palestina, iniziata verso la fine dell’ottocento, si intensificò e aumentò ulteriormente con la fine della seconda guerra mondiale: allora migliaia di Ebrei, sopravvissuti alla Shoah, decisero di trasferirsi in Palestina, che era sotto il protettorato britannico, nella speranza di formare un proprio Stato. Gli arabi palestinesi cominciarono a temere di diventare una minoranza e di perdere le loro terre. La tensione tra le due comunità si trasformò in violenti scontri armati. Nel 1947, l’ONU decise di spartire i territori palestinesi tra due stati, uno ebraico e uno arabo, ma la proposta venne respinta dai Paesi Arabi. Nel maggio del1948, comunque, gli Ebrei proclamarono a Tel Aviv la nascita e l’indipendenza dello Stato d’Israele, sotto la guida di David Ben Gurion, che fu primo ministro fino al 1954. I paesi arabi confinanti sferrarono immediatamente un attacco militare che portò allo scoppio della prima guerra arabo-israeliana, che si concluse con la vittoria di Israele. Il nuovo Stato occupò la maggior parte della Palestina. Lo Stato palestinese non sorse mai e Gerusalemme venne divisa in due: la parte est alla Giordania, l’ovest a Israele. Quel che restava della Palestina, cioè la Cisgiordania e la striscia di Gaza, passò rispettivamente sotto il controllo della Giordania e dell’Egitto. Negli anni successivi, il conflitto fra Israele e i paesi Arabi confinanti continuò. Nel 1956, scoppiò la seconda guerra arabo-israeliana, ricordata come la guerra di Suez, seguita nel 1967 dalla terza guerra arabo-israeliana, definita, per la sua breve durata, «dei sei giorni», nella quale gli israeliani sconfissero l’Egitto, la Siria e la Giordania, e strapparono ai nemici numerosi territori, tra cui la striscia di Gaza, rimasta fino ad allora sotto amministrazione militare egiziana e la Cisgiordania (compresa la parte orientale di Gerusalemme) sottratta alla Giordania. Ne conseguì un secondo massiccio esodo palestinese. La sconfitta non fece altro che accrescere l’odio arabo verso lo Stato israeliano. Nell’ottobre del 1973, infatti, Egitto e Siria attaccarono Israele durante la festa dello Yom Kippur, la festa ebraica dell’Espiazione, per questo il conflitto viene ricordato come guerra del Kippur. La reazione israeliana fu rapida, tuttavia le ostilità vennero bloccate dall’ONU. In questo clima di tensione un primo spiraglio di pace si ebbe nel settembre 1978, quando, dopo una lunga serie di incontri e trattative diplomatiche, iniziate nel 1973, il presidente egiziano Anwar al-Sadat e il primo ministro israeliano Menahem Begin si incontrarono a Camp David, negli Stati Uniti e giunsero a un accordo. Con il trattato di pace che ne seguì, firmato nel marzo 1979, l’Egitto riconobbe ufficialmente lo Stato d’Israele, fino a quel momento negato da tutti i paesi arabi, e, in cambio, ottenne la restituzione della penisola del Sinai, occupata dagli israeliani nel 1967, ma non la striscia di Gaza. La reazione degli altri paesi della lega araba, nonché dei movimenti musulmani più intransigenti, fu dura e al-Sadat venne assassinato. Dopo l’Egitto anche la Giordania accettò l’esistenza dello stato ebraico. Rimase aperta la questione dello stato Palestinese, che non vide la luce, e quella dei Palestinesi scacciati dalle loro case, una popolazione senza patria e senza diritti, costretta ad emigrare negli altri Paesi arabi. 

Dagli anni Ottanta, il conflitto tra israeliani e palestinesi si allentò tra gli scontri e la ricerca di una soluzione diplomatica. Nel 1987, nei territori palestinesi della striscia di Gaza e della Cisgiordania che Israele aveva occupato, scoppiò la prima intifada (in arabo, «risveglio»), una insurrezione da parte dei giovani palestinesi, armati solo di fionde e sassi, contro i militari israeliani. La repressione provocò centinaia di morti, ma la protesta non si arrestò. Nel 1988 nacque a Gaza un nuovo movimento politico fondamentalista, Hamas (le iniziali in arabo di «Movimento di resistenza islamico»), un’organizzazione islamica palestinese a carattere religioso e paramilitare, considerata di stampo terroristico da Unione Europea e Stati Uniti. Alla fine degli anni Ottanta si aprirono, con lo scopo di creare un’entità statale autonoma per i Palestinesi, nuove trattative che ebbero come protagonisti il premier israeliano Ytzhak Rabin e Yasser Arafat, presidente dell’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) fin dal 1969. Nel 1993 si giunse nella capitale norvegese Oslo alla conclusione di una serie di accordi, che furono firmati nel corso di uno storico incontro fra Arafat e Rabin grazie alla mediazione del presidente statunitense Bill Clinton, che li accolse il 13 settembre a Washington per la cerimonia ufficiale. All’OLP venne concesso l’autogoverno nei territori di Gaza e Cisgiordania, benché occupati ancora da Israele; gli israeliani ottennero, da parte araba, il riconoscimento dello Stato di Israele. Gli accordi furono accolti come motivo di speranza, ma ben presto ripresero le violenze, perché il patto non soddisfaceva le parti più intransigenti della società palestinese e di quella israeliana e lo stesso Rabin, nel 1995, fu ucciso a Tel Aviv da un estremista ebreo. La sua morte segnò l’inizio di un periodo di forti tensioni. Nel 2000 scoppiò una seconda intifada e si ebbero numerosi attacchi contro la popolazione israeliana a opera di palestinesi che si facevano esplodere con un carico di bombe, provocando molte vittime tra i civili. Il simbolo visibile del conflitto tra i due popoli è un muro di separazione lungo 700 chilometri, fatto costruire da Israele ai confini con la Cisgiordania. Nel 2005 Israele si ritirò dalla striscia di Gaza, che passò sotto l’amministrazione dell’autorità palestinese. Sembrò per breve tempo aprirsi uno spiraglio per la soluzione politica del conflitto, ma non fu così. Alla morte di Arafat, nel 2004, fu eletto un suo collaboratore. Un anno dopo, le elezioni per il rinnovo del Consiglio legislativo palestinese assegnarono la vittoria ai candidati di Hamas, mettendo fine a ogni possibile trattativa di pace. Lo scontro che subito si aprì portò a una «spartizione», in base alla quale Hamas assunse il controllo della striscia di Gaza. La zona, tra la fine del 2008 e inizio del 2009 ha subito un attacco da parte dell’esercito israeliano, attuato in seguito al lancio di missili sui territori israeliani a opera di Hamas stessa. L’8 luglio 2014, gli israeliani hanno avviato una vasta operazione militare di aviazione e di terra contro Hamas, responsabile del lancio di razzi e missili contro Israele e di incursione armate contro i kibbutz israeliani (colonie agricole gestite in modo collettivo) a Gaza. Dopo 51 giorni di combattimenti e più di 2.000 vittime civili e palestinesi e 11.000 feriti, alla fine di agosto è stato firmato fra le due parti un accordo per una tregua «di lunga durata»: ma la strada per il raggiungimento di una pace duratura in Palestina appare lunga e impervia, anche perché il contesto è delicato e instabile. Dopo un periodo di relativa calma, in pieno Ramadam 2021, Israele, che intanto era riuscito a sconfiggere il Covid 19, viene colto di sorpresa dal lancio dei missili di Hamas e ad essere colpiti sono luoghi vitali della Città Santa. La reazione è immediata e ancora una volta è Gaza la sede di terribili massacri che hanno provocato la morte di numerosi civili tra cui alcuni bambini: per questo Michelle Bachelet, alto commissario Onu per i diritti umani, ha osservato che i lanci indiscriminati israeliani su Gaza, se ritenuti sproporzionati, potrebbero costituire dei crimini di guerra, sottolineando anche che il lancio di Hamas verso Israele è una violazione delle regole di guerra. Nella notte tra il 20 e il 21 Maggio, dopo 11 giorni di bombardamento, Israele e Hamas hanno comunque raggiunto il cessate il fuoco, con la speranza che i due popoli, trovino, definitivamente, la strada del dialogo, della comprensione e della pace.

Infine, una riflessione. Dopo ripetute sessioni elettorali incapaci di esprimere una maggioranza stabile, è stato disegnato un governo nuovo, una coalizione che abbraccia destra, sinistra e centro, inevitabilmente fragile per le distanze ideologiche ma forte di intenti comuni, che è riuscita, dopo dodici anni, a porre fine all’epoca di Netanyahu. 

Il governo del cambiamento non ha affrontato dettagliatamente, in verità, la delicata questione palestinese, ma la svolta netta attesa nel Paese riguarderà anche quella: oltre a voler restituire diritti alla popolazione e unità a una società lacerata, oltre a cercare un’intesa con i paesi arabi, si occuperà del dialogo con i palestinesi, cercando di lavorare su punti che Netanyahu aveva svilito o ignorato, minando il processo di pace, con l’effetto di dar forza all’apparato centrale e rimpicciolire così l’estremismo di Hamas. Non sarà semplice, ma adesso anche la politica soffia sul vento del cambiamento e alimenta la speranza della pace.

Anche il neo eletto nuovo presidente di Israele condivide queste finalità «Sarò il presidente di tutti. Darò ascolto a qualsiasi posizione e a qualsiasi persona». Sono state queste le prime parole del nuovo presidente israeliano Isaac Herzog dopo l’elezione. Herzog ha quindi sottolineato l’importanza di costruire «ponti e accordi tra di noi», ovvero all’interno della società israeliana, e «con i nostri fratelli e sorelle della diaspora».