1-2 Gennaio-Febbraio 2025

III LA SCUOLA E L’UOMO - Anno LXXXII - Numero 1-2 - Gennaio-Febbraio 2025 ia di impegnarsi insieme in un’ipotesi, perché noi abbiamo più delle ipotesi e delle speranze che non delle certezze. In realtà il disinteresse è manifestato tra tanti insegnanti cattolici, in particolare insegnanti di religioni e delle scuole cattoliche, mostra che l’orizzonte ideale si è fatto per molti di loro piuttosto stretto. Non collegano l’amore della scuola con quello della Chiesa attraverso l’esperienza di un ambiente comunitario e di crescita professionale. Forse è anche colpa di noi anziani che non siamo altrettanto interessanti, illuminanti e propositivi come erano ai nostri tempi il Nosengo, gli Agazzi, i Perucci, i Gozze, il Modestino, il Buonacina, il Pagella, la Calzecchi Onesti, tanto per citare qualche nome, senza naturalmente dimenticare il Cesarino Checcacci che ha avuto un ruolo fondamentale per consolidare i luci negli anni successivi a Nosengo e ad Agazzi dal 1975 al 1995. È però vero che nascono qua e là nuove sezioni, talora con centinaia di iscritti. Penso per esempio a Enna e a Pordenone e adesso recentemente penso a Canicattì che ho ricordato perché mi hanno invitato ad intervenire. Sicuramente le cause di questo rallentamento dell’impegno educativo non sono tutte riconducibili all’individualismo, al consumismo, al pessimismo. La vita scolastica si è fatta pesante con riforme che sembrano non convincere e non attecchire. La società è complessa e complicata, gli impegni familiari per molti sono gravosi perché a volte hanno genitori anziani e nipoti piccolini. Basti pensare a Internet, i vantaggi di carriera e gli spazi di ascolto nelle sedi politiche che qualcuno sperava in passato dalla militanza associativa, sono oggi pressoché scomparsi, non solo per la frammentazione partitica e istituzionale, ma anche per l’indebolirsi della consistenza numerica e quantitativa dei rappresentanti delle associazioni. Ricordo una bella frase di Italo Calvino, l’amico del nostro Fabio Calvino che mi sta intervistando, citata dall’ex lettore e ministro e commissario europeo Antonio Rubetti. Le associazioni rendono l’uomo più forte, mettono in risalto le doti migliori delle singole persone e danno la gioia che Spetta alla loro coscienza che ha convenientemente formata inscrivere la legge divina nella vita della città terrena. E qui cito una frase di Paolo VI, che era una persona carissima a Gesualdo Nosengo. Paolo VI nel 1971, parlando a braccio a noi in un congresso dell’UCIIM, disse «Si parla tanto del fenomeno associativo che sarebbe incredibile. Abbiate fiducia della formula che avete trovato, perché è davvero buona, è bella, è indovinata ed è suscettibile di perfezionamento e di quella elasticità che deve avere in certe situazioni. Essa lascia liberi quelli che vi partecipano, ma insieme li tiene impegnati nella misura in cui si associano allo sforzo comune. Non crediate che la vostra professione, che resta, per quello che ne sappiamo, ad un livello economico molto modesto, sia modesta essa stessa. Voi siete dei veri buoni servitori dell’umanità, quindi siate fieri, siate contenti di aver scelto questo modo di vivere la vostra vita, perché veramente non ne potreste aver scelto, dopo quello del sacerdozio, uno migliore». Nel gennaio del 1974, scrissi in un articolo «La scuola e l’uomo», «Perché sono nell’UCIIM, note per un dialogo con i giovani colleghi», in cui riconoscevo che non esistono soluzioni intrinsecamente cattoliche per i problemi scolastici e sociali. Un’associazione che avesse carattere esclusivo e totalizzante sarebbe fuorviante e alla fine perniciosa in un’epoca pluralistica mutevole e proteiforme come la nostra. Allora sostenemmo le ragioni della partecipazione, dell’innovazione, dell’alimentazione scolastica, della riforma, della secondaria superiore, della formazione professionale, della formazione universitaria degli docenti. Era l’epoca dell’impegno convinto nella difficile convivenza, nella scuola e nella società. Oggi la maggioranza dei docenti cattolici non avverte il bisogno di incontrarsi oltre il proprio impegno scolastico per dare ragione della propria speranza attraverso la vita associativa. Forse perché addirittura ignora l’esistenza di single, gruppi, sezioni, convegni, riviste o perché le esperienze che ne ha fatto sono troppo modeste per scaldargli il cuore e mobilitargli l’intelligenza, facendoli sentire utili ai loro colleghi e sentendoli utili in modo particolare non solo perché più bravi, ma perché sono capaci di condividere le preoccupazioni e le gioie terrene e anche la gio-

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