Riflessioni per la Pasqua di P. Giuseppe Oddone

 P. Giuseppe Oddone

È la Pasqua del Signore! Una Pasqua di speranza, ma anche di dolore e di sangue!

Porgo a tutti voi amici dell’UCIIM il mio augurio, accompagnato dalla mia preghiera.

Con la Pasqua siamo chiamati ad annunciare e a testimoniare in ogni luogo, in ogni tempo, in ogni circostanza la Resurrezione di Gesù Crocifisso.

Egli viaggia con noi nella traversata della vita, ci esorta a non temere in mezzo alla tempesta, ad avere fede in Lui, unico pane di vita, a ringraziarlo perché ci ha portato la salvezza. Egli è la nostra pace e ci abbandoniamo a Lui che è sempre con noi anche in mezzo alla guerra, alla disperazione, alla cattiveria, agli errori delle persone.

Questo crudele e assurdo conflitto proprio nel periodo della celebrazione del mistero pasquale ci interroga e ci fa comprendere come troppo spesso gli uomini si sottraggono e sono lontani dall’amore divino. 

Cristo Crocifisso e Risorto continua tuttavia a soffrire con noi, che formiamo il suo Corpo e condividiamo il suo destino, il suo pianto si fonde col nostro pianto. Il suo cuore è la sede appassionata dell’amore non vano.

In questa santa Pasqua non so trovare parole migliori per spiegare la nostra situazione, la nostra speranza e la partecipazione alle sofferenze dei nostri fratelli che la poesia di Giuseppe Ungaretti, scritta durante i bombardamenti di Roma nella seconda guerra mondiale e l’occupazione tedesca. Solo che al primo verso potremmo sostituire i fiumi e le città dell’Ucraina, crocifisse e sconvolte da questa devastante guerra. Come allora, anche oggi, in modo ancora più violento e distruttivo per l’accresciuta potenza e la precisione delle armi, dei droni e  dei missili e testimoniato dalle riprese dei mezzi di informazione, ritornano le notti turbate dalle bombe, il gemito degli agnelli, ossia la sofferenza degli innocenti e dei piccoli, i singhiozzi infiniti, i rantoli di morte, la desolazione delle strade, l’angoscia, le case diventate tane insicure, la rovina dei monumenti segno della cultura e della storia di un popolo, l’emigrazione, le deportazioni e le torture, i massacri e le fosse comuni; ed infine quell’interrogativo inquietante: “Cristo, pensoso palpito, perché la tua bontà s’è tanto allontanata?”.

Ma come il poeta possiamo anche noi capire che siamo stati noi ad allontanarci da Lui e che l’inferno si è aperto per questo sulla nostra terra; ma nel mistero della Pasqua Cristo rimane sempre il punto di riferimento della nostra vicenda umana, il fratello che s’immola per riedificare perennemente l’uomo, Lui che soffre, muore e risorge per liberare dalla morte i morti e per sorreggere noi infelici vivi. Il suo cuore rimane sempre la sede dell’autentico amore ed a Lui bisogna guardare per ricostruire il mondo lacerato dall’odio.

Che la Pasqua del Signore, la sua passione, morte e resurrezione, possa toccare la sensibilità di tutti i responsabili di questo mondo perché costruiscano un’autentica fraternità basata su di Lui, astro incarnato nelle nostre umane tenebre. Preghiamo perché nessuno si sottragga più alla purezza del suo amore rivolto a tutti coloro che in questo periodo, travolti dalla guerra, sono drammaticamente uniti a Lui, il Santo che soffre con tutti noi e per tutti noi!

Mio fiume anche tu, Tevere fatale,
(Mia terra anche tu, Ucraina crocifissa)
Ora che notte già turbata scorre;
Ora che persistente
E come a stento erotto dalla pietra
Un gemito d’agnelli si propaga
Smarrito per le strade esterrefatte;
Che di male l’attesa senza requie,
Il peggiore dei mali,
Che l’attesa di male imprevedibile
Intralcia animo e passi;
Che singhiozzi infiniti, a lungo rantoli
Agghiacciano le case tane incerte;
Ora che scorre notte già straziata,
Che ogni attimo spariscono di schianto
O temono l’offesa tanti segni
Giunti, quasi divine forme, a splendere
Per ascensione di millenni umani;
Ora che già sconvolta scorre notte,
E quanto un uomo può patire imparo;
Ora ora, mentre schiavo
Il mondo d’abissale pena soffoca;
Ora che insopportabile il tormento
Si sfrena tra i fratelli in ira a morte;
Ora che osano dire
Le mie blasfeme labbra:
“Cristo, pensoso palpito,
Perché la Tua bontà
S’è tanto allontanata?”

Ora che pecorelle cogli agnelli
Si sbandano stupite e, per le strade
Che già furono urbane, si desolano;
Ora che prova un popolo
Dopo gli strappi dell’emigrazione,
La stolta iniquità
Delle deportazioni;
Ora che nelle fosse
Con fantasia ritorta
E mani spudorate
Dalle fattezze umane l’uomo lacera
L’immagine divina
E pietà in grido si contrae di pietra;
Ora che l’innocenza
Reclama almeno un eco,
E geme anche nel cuore più indurito;
Ora che sono vani gli altri gridi;
Vedo ora chiaro nella notte triste.

Vedo ora nella notte triste, imparo,
So che l’inferno s’apre sulla terra
Su misura di quanto
L’uomo si sottrae, folle,
Alla purezza della Tua passione.

Fa piaga nel Tuo cuore
La somma del dolore
Che va spargendo sulla terra l’uomo;
Il Tuo cuore è la sede appassionata
Dell’amore non vano.

Cristo, pensoso palpito,
Astro incarnato nell’umane tenebre,
Fratello che t’immoli
Perennemente per riedificare
Umanamente l’uomo,
Santo, Santo che soffri,
Maestro e fratello e Dio che ci sai deboli,
Santo, Santo che soffri
Per liberare dalla morte i morti
E sorreggere noi infelici vivi,
D’un pianto solo mio non piango più,
Ecco, Ti chiamo, Santo,
Santo, Santo che soffri.
Giuseppe Ungaretti