di Fabio Calvino con parziale utilizzo di ChatGPT
Nel dibattito contemporaneo sull’intelligenza artificiale emergono talvolta icone capaci di sintetizzare, in modo sorprendentemente efficace, trasformazioni profonde. Una di queste è stata evocata recentemente da Jensen Huang, alla guida di Nvidia: “l’input sono gli elettroni, l’output sono i token”. Una formula apparentemente tecnica che, a uno sguardo più attento, dischiude un orizzonte ben più ampio, toccando il cuore delle nuove forme di potere tecnologico.
Non siamo più soltanto nel campo della produzione o del possesso delle risorse, secondo categorie economiche ormai consolidate. Il punto nevralgico si sposta verso ciò che potremmo definire una centralità infrastrutturale. Alcuni attori non dominano perché possiedono tutto, ma perché si collocano in una posizione tale da rendere difficile – se non impossibile – fare a meno di loro.
È in questa prospettiva che si comprende il ruolo strategico di Nvidia. L’azienda non esaurisce in sé l’intera filiera dell’intelligenza artificiale: non produce tutte le componenti hardware, non sviluppa direttamente tutti i modelli, non controlla ogni livello applicativo. Eppure, si trova al centro di un sistema complesso di interdipendenze, costruito nel tempo attraverso scelte tecnologiche, standard e ambienti di sviluppo che hanno orientato l’intero ecosistema: una rete di relazioni commerciali e tecnologiche interdipendente e intricata.
Questa configurazione richiama una forma di potere diversa da quella tradizionale: non più semplicemente economica o proprietaria, ma relazionale. Un potere che cresce nella misura in cui diventa nodo imprescindibile di una rete. In ambito economico si parla di lock-in, ma sul piano pedagogico e culturale – come suggeriscono anche riflessioni di Padre Benanti su Il Sole 24 Ore – si potrebbe parlare di una vera e propria “sovranità infrastrutturale”.
Un esempio emblematico è rappresentato dagli ambienti di programmazione che hanno accompagnato lo sviluppo dell’intelligenza artificiale negli ultimi anni. Intere generazioni di ricercatori e sviluppatori hanno costruito competenze, modelli mentali e pratiche operative all’interno di questi ecosistemi. Non si tratta solo di strumenti: sono veri e propri ambienti cognitivi, che influenzano il modo stesso di pensare e progettare.
È qui che la riflessione etica diventa imprescindibile. Come sottolinea Paolo Benanti, l’innovazione tecnologica non è mai neutrale: porta con sé implicazioni culturali, sociali e politiche che richiedono consapevolezza e responsabilità. L’infrastruttura tecnica diventa così anche infrastruttura del pensiero.
Il quadro si complica ulteriormente se si considera la dimensione geopolitica. Le tensioni internazionali stanno contribuendo alla nascita di ecosistemi tecnologici distinti, talvolta separati da barriere politiche e commerciali. Non si tratta solo di competizione economica, ma di una possibile divergenza nei modi di concepire e sviluppare la conoscenza stessa.
In questo scenario, la questione centrale non è più soltanto chi innova più rapidamente, ma quale tipo di mondo digitale si sta costruendo. La frammentazione delle piattaforme potrebbe portare a una pluralità di “linguaggi” tecnologici e culturali, con conseguenze profonde anche sul piano educativo.
Per il mondo della scuola – e per una realtà come UCIIM, da sempre attenta al rapporto tra educazione e cittadinanza – si apre una sfida decisiva. Non basta introdurre strumenti digitali: è necessario sviluppare una comprensione critica delle infrastrutture che li rendono possibili. Significa formare studenti e docenti capaci di interrogarsi non solo su come funziona una tecnologia, ma su quali condizioni la rendono possibile e su quali effetti produce.
In ultima analisi, la trasformazione in atto ci pone davanti a una scelta che non è puramente tecnica. Riguarda il tipo di società che vogliamo costruire, il rapporto tra innovazione e democrazia, tra potere e responsabilità. Ed è proprio in questo spazio che la riflessione educativa può – e deve – trovare una nuova centralità.