I nostri ragazzi (nn. 7-8/2021)

Caterina Spezzano, Dirigente Tecnico Ministero Istruzione

Non basta amare i giovani. Occorre che essi si accorgano di essere amati. Il santo dei giovani, Don Bosco, non poteva essere più diretto per inquadrare la questione giovanile, che investe ciclicamente la storia dell’uomo e del suo sviluppo.

Chi sono i giovani? Qual è l’immagine che riverberano? A quali orizzonti sono destinati? 

Non è azzardato affermare che oggi gli adulti lusingano i giovani, abdicando di fatto a tutta una serie di responsabilità educative che, in ragione del rapporto asimmetrico: esperto di vita – ingenuo, dovrebbero avviare e consolidare punti di riferimenti per azioni e motivazioni. I giovani per definizione antropologica sono l’anello di congiunzione tra il vecchio e il nuovo, tra il passato e il futuro, attraverso un presente frutto della storia delle loro relazioni con il mondo degli adulti: famiglia, scuola, sport, media. Come si caratterizzano queste relazioni che dovrebbero sostenere la crescita? Quale quadro sociale fa da sfondo? Quale storia accompagna i nostri ragazzi?

Senza dubbio i processi di globalizzazione uniformano desideri e paure, volontà e arbitrio, percorsi e limiti, elementi tipici dei processi di crescita adolescenziale, che accompagnano ormai anche la prima età adulta per cui non solo la dimensione psichica accomuna i giovani dell’est e dell’ovest, del nord e del sud del mondo, quant’anche la caratterizzazione sociologica, nel rispetto certo dei contesti sociali e culturali dei vari angoli del nostro mondo. 

Scorrendo i quotidiani, riassumendo le prospettive dei nostri giovani si racconta tanto, si generalizza facilmente, si giudica senza appello. Con sospetto, con preoccupazione, con disperazione, con presunzione. Dipende dalla voce della ribalta. Abbiamo quindi descrizioni di giovani senza valori, senza scopi, senza spina dorsale; di giovani violenti, senza fede, aggressivi, bamboccioni, inutili, neet (*), nichilisti, senza pace, … L’elenco degli attributi non è esaustivo degli scenari che inquadrano il protagonismo negativo dei nostri ragazzi. 

Ma è proprio così?

La pandemia ha esasperato gli animi, ma quale migliore espressione di eroismo se non quella dei nostri ragazzi – in età scolare e oltre – che maggiormente sono stati investiti, per ragioni differenti e per obiettivi di sviluppo diversi, da instabilità di bisogni e incertezza dei disegni di vita? Eppure, eroicamente resistono, reagiscono, vivono. E attendono. Attendono che gli adulti affrontino responsabilmente le sfide del futuro, sperando di essere coinvolti, rispettati, ascoltati. 

Ma è consuetudine del cambio generazionale che l’adulto abbia difficoltà a comprendere le esigenze del giovane, qualcuno prova anche un po’ di invidia esistenziale, un po’ di competizione, altri manifestano sfiducia e leggono solo incapacità e inadeguatezze. Ma tanti altri mantengono l’obiettività e credono, al di là del palcoscenico, che molto di buono verrà dai nostri ragazzi.

Perché sono nostri. Sono nostri i ragazzi dei rave e sono nostri i ragazzi del Friday Future e sono nostri i ragazzi delle Giornate Mondiali dei Giovani, in cui maree colorate attraversano i continenti per ricongiungersi nel nome di valori cristiani, riconoscere intenti comuni e promettere a se stessi di combattere l’oblio e l’individualismo. I giovani sposano spesso le grandi cause, sono predisposti geneticamente a sostenere le grandi ideologie in un mondo che oggi poche ne offre; ricercano autenticità di rapporti, confronti paritetici e aspirano alla realizzazione del sé e all’affermazione del proprio io. Ed è qui che la relazione con il mondo degli adulti si interrompe! Più che altro si distorce. Tra offerta e richiesta cresce la disillusione. Abbandonano l’infanzia, entrano nel circuito della ristrutturazione del sé, spesso senza un progetto di sé, ma aggrediti da una serie di canti di sirene che adulano, che sponsorizzano l’effimero, che riducono alla soddisfazione nel qui ed ora i grandi bisogni esistenziali di riconoscimento e investimento, di cura di sé e dell’Altro, di adozione del bene comune. Canti che contribuiscono ad amplificare le grandi fragilità, fisiologiche e non dei nostri ragazzi. Canti che distraggono dai grandi valori, dai necessari ideali, dalle profezie di realizzazione.

Fragilità dovute al processo di crescita che vuole la messa in discussione dei principi familiari, quando presenti, che vuole il disconoscimento dell’autorità, quando esercitata, che spinge al dubbio per riappropriarsi delle certezze, quando esistenti. Il panorama della gioventù è molto variegato, molti frequentano con successo la scuola, molti altri faticano a riconoscersi nelle proposte scolastiche, altri vivono disagi familiari, esistenziali; una frangia sempre più numerosa è in bilico tra il desiderio e la realizzazione. Fragilità di crescita che fanno quadrato con le mille fragilità delle nostre note sociali, economiche e politiche che rendono difficile il progressivo passaggio dall’eteronomia all’autonomia, rendono complessa la differenziazione tra il sé e il gruppo, impegnano fortemente l’immaginario che si chiude nei video giochi o nella Rete, interrompendo spesso il rapporto con la realtà, con l’alterità e con se stessi. Si anestetizzano per non pensare, per avere l’impressione di esistere anche solo nell’etere o nell’incanto dell’alcol e/o delle sostanze stupefacenti, nei rave e nei passaggi del venerdì sera. 

Se un problema hanno i nostri ragazzi è sicuramente riscontrabile nella trascuratezza e nell’inadempienza del mondo degli adulti che ha smesso di offrire futuri possibili, che ha smesso di consentire a ciascuno di prepararsi al futuro, attingendo alle loro ricchezze, propensioni, attitudini, speranze. Spesso, purtroppo, noi adulti offriamo grandi bluff ai nostri ragazzi. 

Con superficiale disattenzione, e oggi cominciamo a rendercene conto, abbiamo sacrificato il futuro dei nostri ragazzi, svalutando i cardini morali, civili, etici, religiosi del nostro vivere insieme; ammorbidendo i confini del lecito, diluendo i propositi dell’impegno condiviso a favore degli individualismi più sfrenati, a vantaggio del ludico senza regole, incoraggiando continue ambivalenze generatrici di disorientamento. E i comportamenti ne sono usciti viziati, gli atteggiamenti copiati e le regole dissolte. Abbiamo sostenuto il successo del nulla che dissemina niente, abbiamo diviso il mondo in influencer e follower assistendo a nuove gerarchie di norme e like, ritrovandoci con giovani e meno giovani che si impegnano a morire su e per tik-tok.

E i nostri giovani si sono tendenzialmente persi, viaggiano a fari spenti nella notte per vedere quant’è difficile morire, sperimentano punti di riferimento, si appiattiscono alle mode e ai modi, sono spaventati dai conflitti del mondo degli adulti sulla coppia, sul matrimonio, sull’educazione, sui diritti, sul sesso e si mettono alla prova con l’azzardo (sulla coppia, sulla relazione, sul sesso, sui diritti, sull’educazione) per trovare il nord! Salvo poi, soprattutto nella fase post-adolescenziale, reiterare la dipendenza infantile, facendo fatica a separarsi psichicamente, riattivando attaccamenti morbosi per proteggere i legami che salvano il sé narcisistico (il femminicidio potrebbe avere queste origini). 

Tuttavia, i nostri ragazzi per assetto di crescita tendono alla Liberté, Égalité, Fraternité, al sentimento, alla tolleranza, all’altruismo, all’accoglienza e se giustamente sostenuti, all’impiego dell’intelligenza, che la scuola ahimè stenta a educare… 

I nostri ragazzi per fisiologia adolescenziale affrontano mille dubbi e paure, incertezze e angosce e grovigli e faticano a dare senso al loro mondo interno, popolato di sfide, di continue regressioni e sviluppi. Ed è in questa fase della vita che hanno bisogno di guida, di esempi, di miti che consentano di recuperare ideali cui ispirarsi per la costruzione della propria identità, per l’impostazione della relazione proficua, per superare la frammentarietà, per valorizzare le bontà della vita sociale e del confronto ordinato con la realtà. Per avviare e riconoscersi in un progetto di vita che potenzi il valore della persona nella relazione con l’altro, per uscire dal soggettivismo e proiettarsi nelle esigenze comuni e nella soddisfazione congiunta dei bisogni comuni, nella reciprocità delle azioni che guardano al bene comune. Per crescere. 

Non attendiamo oltre noi adulti a proporre valori e ideali, anche di trascendenza, per lusingare in modo produttivo i nostri ragazzi senza falsi miti, senza riduttivismi estetici, etici, morali, affettivi. Offriamo loro orizzonti da vivere, da colorare, lasciamo che sorridano alla vita e ascoltiamoli, rendiamoli partecipi dei disegni futuri, del futuro da anticipare e in cui riconoscersi come attori della gioia, del sorriso, della collaborazione, dell’apertura all’altro, dell’accoglienza, del rispetto.

E per delineare questi scenari fondamentale è il ruolo della scuola e del docente.

I nostri ragazzi hanno bisogno di Maestri, alla Don Bosco, padre e maestro della gioventù, gioviale, ironico, allegro, che nutriva un profondo amore per i giovani, centro di tutta la sua opera educativa.

È il Maestro che guida e orienta, propone e discute, argomenta e si confronta; ascolta e riconosce. Tesse la trama tra vita e scuola, favorendo il dispiegarsi dell’intelligenza, il consolidarsi delle attitudini, la valorizzazione delle potenzialità. È proprio dei Maestri riempire con autorevole presenza i vuoti dell’analfabetismo civile, morale, religioso, etico, politico; combattere l’analfabetismo educando istruendo, opponendosi ad una visione prettamente utilitaristica della vita in cui l’altro è considerato solo se utile; è del Maestro la capacità di disegnare orizzonti e mete verso cui tendere con fiducia, affrontando con disinvoltura la roulette della conoscenza e degli orizzonti di senso possibili, perseguibili con la riflessione, il pensiero critico e creativo che la scuola ha tra le sue finalità di promozione.

È dei Maestri l’ardire del rimprovero che indica i limiti. 

Essi si pongono come esempi di pacatezza in un mondo che urla da chat e social, come esempi di ordine etico che garantisce significato all’esperienza, alle percezioni, al vissuto, che educa l’interiorità sottraendo l’alunno alla superficialità e all’insignificanza; come esempi di civismo versus l’opacità della norma, i deficit del dovere, la sovrabbondanza dei diritti a favore della coesione sociale, del benessere collettivo per una Comunità solidale.

È compito dei Maestri sviluppare il pensiero creativo, in una scuola che educa al futuro, ai futuri. Educare quel pensiero laterale che rende i processi cognitivi flessibili, operosi, garanti di riuscita.

In occasione della XVIII Giornata Mondiale della Gioventù 2003, il Santo Padre ricordava il ruolo che i giovani possono svolgere: «L’umanità ha un bisogno imperioso della testimonianza di giovani liberi e coraggiosi, che osino andare controcorrente e proclamare con forza ed entusiasmo la propria fede in Dio, Signore e Salvatore».


(*) NEET: è l’acronimo di Neither in Employment or in Education or Training, ossia giovani non occupati e non in istruzione e formazione, dai 15 ai 34 anni secondo i parametri ISTAT