Breve storia di una relazione di manipolazione affettiva, (nn. 11-12/23)

Il 25 Novembre si celebra la «GIORNATA CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE», purtroppo argomento di grande attualità. 

Quel giorno da UCIIM nazionale abbiamo diffuso il seguente messaggio: «NOI SCUOLA dobbiamo prestare particolare attenzione ed EDUCARE AL RISPETTO DEGLI ALTRI».

Il nostro fondatore GESUALDO NOSENGO nei suoi diari, nel 1956, scrisse: «LA SALVEZZA DI TUTTO SAREBBE IL RISPETTO E L’AMORE». 

Che sia questo l’OBIETTIVO PRIMO da perseguire: EDUCARE AL RISPETTO E ALL’AMORE».

È con questo obiettivo che pubblichiamo la seguente dolorosa testimonianza diretta.

Rosalba Candela


Mi chiamo Maria e proverò a raccontarvi in breve una parte della mia vita, che mi ha segnato profondamente.

Era da pochissimo tempo deceduta mia madre, con la quale avevo un rapporto di «affinità elettive»; purtroppo, dopo anni di lotta contro il tumore, non ce l’ha fatta. Io ero andata a vivere da poco da sola, per darle la rassicurazione che potevo provvedere a me stessa anche da sola, in vista della sua imminente dipartita, che ci era stata annunciata dai medici del reparto oncologico del Policlinico «A. Gemelli» di Roma.

In una serata di fine dicembre, dopo tantissimo tempo che non uscivo, perché sempre impegnata tra studi per il dottorato, impegni in parrocchia, incombenze familiari e lavoro, decisi di uscire, anche per iniziare a reagire a questo triste epilogo, che mi aveva profondamente turbata.

Insieme ad un amico incontrammo altre persone e si iniziò a parlare di volontariato in ospedale, di impegni a sfondo etico-civile, che da sempre mi hanno appassionata. Tra le diverse persone presenti ve ne era una che mi sembrava il leader del gruppo, E. Lui rimase molto colpito dal mio entusiasmo e dal racconto della mia vita così impegnata nel sociale, che dopo qualche giorno mi contattò e decidemmo di vederci. La sensazione che provai inizialmente era di «protezione», che si sposava bene con una delle sue pregresse attività lavorative. Iniziò da parte sua un corteggiamento molto romantico fatto di fiori recapitati nel mio luogo lavorativo, di regali, di viaggi, di sorprese, di cene, di serate in ambasciate, di anelli di fidanzamento; insomma, mi sembrava di essere una principessa e di essere su un piedistallo d’oro. In questa fase progettavamo di costruirci una famiglia con due figli, prima una femmina e poi un maschio; io, addirittura, pensavo che questa persona fosse stata un dono di madre, un principe che mi avrebbe accudita, protetta e amata per tutta la vita. Mi sembrava di vivere in un sogno, peccato che, dopo poco tempo, l’idillio iniziò ad essere dapprima intermittente e poi a subire delle pause di arresto più prolungate nel tempo; si verificavano delle lunghe assenze, motivate successivamente con le scuse più banali, ma abbastanza credibili: problemi di salute personali o di parenti, lavoro, ecc. Dopo periodi altalenanti decidemmo di fare un figlio, nacque G.; ma la presenza di E. era sempre discontinua, tanto che si alternavano periodi di rottura a promesse di matrimonio, regali, ecc. Io iniziavo anche ad avere dei dubbi sulla tipologia del rapporto, perché a periodi di «luna di miele» si alternavano periodi di «svalutazioni e critiche» su molti aspetti del mio fare e del mio essere. Intuivo che vi era qualcosa che non andava, ma parlandone con lui la colpa era sempre di qualcuno che voleva ostacolare questo nostro grande amore. Alla fine decidemmo di andare a vivere in una villa di proprietà dei miei genitori, sperando che le cose migliorassero. Lì, progressivamente iniziò un periodo in cui non solo io risultavo agli occhi di E. inadeguata, ma a turno anche il mio parentado, in particolare mio fratello, mia zia materna e mio padre. Nonostante, queste incomprensioni decidemmo di allargare la famiglia e così dopo circa un anno e mezzo nacque il secondo figlio, A. Le cose non migliorarono affatto, anzi, i periodi di alternanza positivi-negativi divennero sempre più vicini e piano piano i secondi presero il posto dei primi; si passò dalle svalutazioni verbali sempre più pressanti a reazioni violente su oggetti e poi anche a episodi sulla persona. Le cose ricorrenti dopo una grande litigata erano essenzialmente due: un grande e costoso regalo e la colpa addossata sempre a qualcuno, a me o ad altri, ma mai ad E. stesso. Immersa in questo vortice, pur sapendo che non fosse né giusto e né sano, per amore dei figli e per il grande e profondo senso della famiglia, ogni volta lo perdonavo ed addirittura riusciva a farmi sentire in colpa, come se la causa fossi io. Passati circa dieci anni in questa dinamica, in un giorno di agosto, avendo io comunicato la mia intenzione di separarmi e dare fine a tutto ciò, ho assistito insieme ad i miei figli ad una scena di minacce, di distruzione di oggetti nella sala di casa e non solo, che davvero mi  hanno spaventata ed al contempo mi hanno aperto gli occhi. Da quel giorno, sentite le parole di mia figlia «Mamma hai visto che ti ho salvata», dovevo proteggere me ed i miei figli da tali indecenti comportamenti. Allora decisi di rivolgermi a dei professionisti sulla violenza di genere per poter creare una rete, perché da sola sarebbe stato difficilissimo uscirne; infatti, temevo seriamente per la mia incolumità.

Pertanto, con molta pazienza ed intelligenza ho fatto finta di nulla e ho iniziato a cercare una casa; una volta trasferita nella nuova casa insieme ai miei figli, ho sporto denuncia per maltrattamenti e violenza assistita. Da lì, è iniziata da parte di E. una «guerra legale», tutt’ora in corso, che mi ha permesso di vedere non solo le potenzialità di alcune strutture ed istituzioni, ma anche, delle loro criticità. Per queste ultime confido in un miglioramento che passi attraverso una seria revisione oltre che delle leggi, anche di una maggiore diffusione di una «Cultura del rispetto di sé e dell’Altro». Non posso negare che nei vari iter istituiti come da protocollo, a volte le persone maltrattate subiscono un processo di «vittimizzazione secondaria», che è molto invasivo se non ben gestito e se non si dispone di determinate caratteristiche di personalità come l’essere pro-attivi e resilienti; si rischia di soccombere a logiche contrarie alla tutela delle «Vittime». Al contempo, sento di ringraziare tutte quelle persone, gli «addetti ai lavori», che veramente svolgono il loro ruolo con passione, responsabilità e coscienziosità, anche se purtroppo non tutti si comportano così.

Ad oggi, mi sento di consigliare alle donne e alle persone in genere, che si trovano impigliate in queste reti, tessute ad arte da questi manipolatori affettivi, che hanno una maestria spiccata ad intercettare le loro «potenziali vittime» ed a insinuarsi subdolamente nelle fragilità delle persone, di individuare immediatamente gli INDICATORI comportamenti di questi soggetti «abusanti». 

Provo a tracciare le fasi tipiche del manipolatore affettivo:

1. Love bombing: in questa prima fase, il manipolatore si presenterà come tutto ciò che avete da sempre desiderato, «bombardandovi di continue attenzioni». Questa fase durerà fino a che non si è caduti nella sua trappola, che prevede che lui sia diventato indispensabile per voi e che voi vi fidiate ciecamente di lui.

2. Gaslighting: in questa fase il manipolatore inizia a far dubitare di se stessa e delle proprie facoltà mentali la vittima attraverso una forma di violenza psicologica, che porta il manipolatore ad avere sempre più controllo su di lei. La strategia del gaslighting prevede il negare l’evidenza, dare false informazioni, manipolare l’ambiente ed utilizzare espressioni verbali che «patologizzano» la vittima per farla dubitare di se stessa, delle proprie percezioni e farle abbassare la propria autostima («non capisci»; «ti stai sbagliando»). La progressiva perdita di fiducia in sé da parte della vittima fa sì che la stessa faccia fatica a svincolarsi dal «rapporto patologico» con il manipolatore denunciandone le violenze, per paura di non essere creduta o per paura di perdere l’unico punto di riferimento rimastole. In effetti, il manipolatore tende ad attuare strategie per isolare la vittima dal proprio ambiente familiare, dagli amici, ecc.

3. Annichilimento: la vittima pian piano diventa passiva ed ogni aspetto della sua vita inizia a ruotare esclusivamente intorno alle richieste, implicite ed esplicite, del manipolatore. A questo punto, l’autostima è talmente fragile da non sostenerla più in alcun intento di «auto-affermazione». Per limitare la sua sofferenza la vittima diventa ciò che il manipolatore vuole.

Pertanto, riconoscere i primi segnali d’allarme, fidarsi di se stessi, chiedere aiuto, non isolarsi, applicare il «no contact», ascoltare la propria rabbia, non sentirsi deboli, seguire la regola delle quattro «a»: assertività, autostima, autoefficacia, autodeterminazione, sono un viatico verso la liberazione da rapporti malsani. 

Ogni frangente di vita ha il suo perché, sta a noi donargli senso e significato, incastonarlo come gemma preziosa nel variegato mosaico esperienziale della nostra esistenza.

Chiudo con queste due frasi: «C’è un Valore che non bisogna mai perdere per nessuna ragione al mondo, si chiama “Dignità”»; «È  consapevole della propria dignità solo colui che sa onorare ogni passo che compie su questa terra». 

Nel mio piccolo, insieme ad una mia amica regista ed attrice, e assecondando la mia grande passione per la danza, abbiamo messo in scena questa triste, ma ricca di spunti, vicenda personale, producendo uno spettacolo teatrale contro la violenza sulle donne andato in scena con il Patrocinio del Garante dell’Infanzia e dell’Adolescenza, della Regione, dell’UCIIM e del Club per l’Unesco locali.

A Noi la responsabilità della scelta.

«Prendete in mano la vostra Vita

e fatene un Capolavoro»

Papa Giovanni Paolo II