39 Dal 1944 al servizio della Scuola governo una precisa piattaforma programmatica ed una pari dignità a livello di formazione della compagine governativa. Seguirono alcuni tentativi e nella primavera si formò il governo Facta. Si giunse, per il forte clima di tensioni e di provocazioni ad opera dei fascisti, alla caduta, a luglio, del governo Facta; dopo alcuni tentativi di Orlando e Bonomi, il re convocò il popolare Filippo Meda che, però, per due volte declinò l’invito nonostante Don Sturzo lo sollecitasse all’impegno. Furono molteplici, durante l’estate del 1922, i tentativi di risolvere la crisi e fra questi si pose anche lo sciopero generale organizzato, in prospettiva antifascista e legalitaria dall’Alleanza del Lavoro, che vide oltre i socialisti, come protagonisti, anche il neonato Partito Comunista. Le manifestazioni che ne seguirono, di fatto contribuirono a legittimare il partito fascista, che apparve, ad un’ampia fascia dell’opinione pubblica, come il salvatore del Paese. Infatti,ottennero soltanto di spaventare la borghesia e la classe media istillandogli il timore per un ritorno alle violenze ed ai boicottaggi del biennio rosso. Non fu certamente ininfluente in questi momenti così conflittuali, l’elezione avvenuta a gennaio di quell’anno dell’arcivescovo di Milano, Achille Ratti, al soglio pontificio con il nome di Pio XI (19221939). Di tendenza conservatrice, mirava, soprattutto, ad una conciliazione, su un terreno politicogiuridico, con lo Stato italiano; un riannodarsi diretto al quale l’esistenza di un partito autonomo, composto di cattolici, poteva essere di ostacolo, inoltre, avendo vissuto come Nunzio apostolico a Varsavia, aveva un orrore, diremmo quasi fisico, verso il bolscevismo. Tutto questo spiega come il nuovo Papa abbia appoggiato in seno alla Chiesa gli elementi non ostili al regime dittatoriale che si andava preparando e, in seno ai popolari, la piccola frangia ad esso meno avversa. Di qui un mutamento, agli inizi quasi impercettibile, nelle relazioni tra il P.P. e l’autorità ecclesiastica che doveva manifestarsi all’ora del crollo quando il partito come tale fu lasciato a lottare da solo, in una condizione di totale abbandono. La situazione sembrò, però, tranquillizzarsi con la riconferma, il 10 agosto, di Facta alla guida del Governo, ma l’atteggiamento dilatorio della Camera consentì il periodo caotico che fu preludio alla Marcia su Roma. Fu allora che si tentò di costituire un Ministero Giolitti con la partecipazione dei fascisti e dei popolari e con l’astensione dei socialisti di Treves e Turati, ma, nonostante alcuni popolari concordassero su tale linea, Don Sturzo dette parere negativo alla loro partecipazione ad un Ministero Giolitti, in cui fossero presenti i fascisti. Fu questo, meno famoso, ma altrettanto importante, il secondo veto di Don Sturzo al vecchio statista. Mentre i rappresentanti dei partiti polemizzavano invece di costituire un accordo per porre fine alle tensioni, tra i gruppi più faziosi di destra e di sinistra che travagliavano il Paese, i fascisti il 28 ottobre, con la marcia su Roma, una manifestazione armata, organizzata dal Partito Nazionale Fascista di circa 50.000 camicie nere, si diressero sulla capitale rivendicando dal sovrano la guida politica del regno d’Italia e minacciando, in caso contrario, la presa del potere con la violenza. Le forze militari avrebbero avuto la meglio su quei facinorosi, ma il 30 ottobre, il re Vittorio Emanuele III, per diversi timori, anche dinastici, cedette alle pressioni dei fascisti e decise di incaricare Mussolini di formare un nuovo governo. L’opposizione al fascismo e la soppressione delle libertà Sturzo non esitò a dichiararsi contrario al coinvolgimento di esponenti popolari al primo Governo di Mussolini, ma non fu ascoltato dal gruppo dirigente del Partito presente in Parlamento. Si ebbe così l’ingresso dei popolari al Governo con Tangorra al Tesoro e Cavazzoni al Lavoro; Gronchi, Merlin, Milani e Vassallo come sottosegretari. Nonostante ciò Don Sturzo continuò a lottare perché il partito si svincolasse dalla collaborazione con i fascisti tantoché, in un famoso discorso del dicembre 1922 all’assemblea del partito a Torino, dichiarò l’inconciliabilità assoluta tra i principi del fascismo e i principi cristiani, ai quali si ispirava il P.P.I. Anche nel successivo Congresso dell’aprile 1923 a Torino che riconfermò la collaborazione al fascismo sul piano tattico, Don Sturzo criticò apertamente quanti stavano tentando di cambiare l’identità ideologica del partito, minacciando da mesi la scissione; costoro vennero polemicamente definiti “clericaletti senza convinzioni, che ieri vennero a noi e oggi se ne vanno”. Rivolgendosi al Partito
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