38 Dal 1944 al servizio della Scuola emiliani, pugliesi e toscani. Proprio in queste regioni le squadre furono più determinate a colpire i sindacalisti, i popolari, i social-comunisti e le masse rurali organizzate che avanzavano rivendicazioni sociali, politiche ed economiche, intimidendoli con la famigerata pratica del manganello e dell'olio di ricino o addirittura commettendo omicidi che restavano spesso impuniti. Alle elezioni del 1919 il movimento fascista, presentatosi nel solo collegio di Milano, con una lista capeggiata da Mussolini non aveva ottenuto seggi. Nel 1921 Mussolini cambiò politica e si riavvicinò alla Chiesa, alla monarchia e all’esercito, stringendo un patto con i possidenti agrari e gli industriali del nord, connotandola con un marcato anticomunismo e trovando anche nel governo Giolitti una certa accondiscendenza opportunista. Il vecchio statista credeva infatti di poter controllare Mussolini e sfruttare le sue milizie per contrastare i movimenti rivendicativi delle forze socialiste e sindacali. “Il 1921 è stato l’anno delle radicali incomprensioni, da parte di pressoché tutti i componenti la classe dirigente di allora, della subdola pericolosità del fascismo. Da ogni parte ci si illuse che si trattasse di un fenomeno passeggero, che sarebbe stato ben presto spazzato via e si sottovalutò fortemente il diffuso senso di disagio e talvolta la vera e propria “fuga dalla politica” di vaste componenti di un Paese prostrato da una lunga guerra, vittoriosa, certo, sul piano militare, ma prosciugatrice delle sue energie di base. Il 1921 è stato l’anno dei “veti incrociati”; il “no” dei socialisti ai liberali, dei popolari nei confronti degli uni quanto degli altri, sullo sfondo di una Monarchia incapace di rappresentare una guida per il Paese e in contesto di vita sociale caratterizzata da diffuse inquietudini, da continui scioperi, da persistenti aggressioni, dall’affermarsi di fazioni l’una contro l’altra armata.” La difficile situazione politica non si dipanò neppure in occasione delle elezioni del maggio del 1921 volute da Giolitti nella speranza di indebolire i socialisti e i popolari. I rapporti tra Sturzo e Giolitti furono in costante dissidio in quanto incarnavano due concezioni opposte della politica. La politica di Giolitti era spesso spregiudicata, fondata sulla forza di uno Stato accentrato e pronto ad ingerirsi tramite i prefetti in tutte le situazioni locali. Egli considerava il Parlamento come unica sede delle contraddizioni e delle alleanze politiche da tessere avendo come interlocutori i singoli deputati o al più le loro frazioni organizzate. Il fatto che il segretario del P.P.I. non sedesse in Parlamento era di per sé, per lo statista piemontese, un insuperabile ostacolo. Don Sturzo, al contrario sognava una politica combattuta apertamente sulla base di principi e di scelte democraticamente assunte in sede di partito: progettava di rifare dalle fondamenta il vecchio Stato accentratore; pretendeva che i deputati popolari applicassero i deliberati degli organi di partito e che dipendessero, quindi dalla sua autorità di segretario nazionale. Alle elezioni Mussolini si presentò con il blocco nazionale dei liberali, riuscendo stavolta a far eleggere 35 deputati. Nei mesi successivi, il 7 novembre, fondò il Partito Nazionale Fascista, trasformando il movimento in partito, abbandonando le posizioni del sindacalismo rivoluzionario e accettando alcuni compromessi legalitari e costituzionali con le forze moderate, mentre proseguirono per tutto il biennio le spedizioni punitive delle squadre fasciste, indirizzate contro le sedi dei partiti, dei sindacati e dei giornali socialisti, comunisti e popolari. Gaetano Salvemini ha calcolato circa 300 fascisti uccisi nel triennio 1920-1922, 400 i "bolscevichi". Nelle elezioni del 21 anche i popolari registrarono un leggero progresso, 107 deputati, non determinante, però, ai fini della formazione di un governo di centro Il successivo governo Bonomi, al quale parteciparono numerosi uomini del P.P.I. sembrava più confacente agli indirizzi della formazione politica cattolica, ma cadde ben presto, il 31 gennaio del 1922 per il voto contrario della Democrazia, un nuovo raggruppamento parlamentare formato da giolittiani e meridionalisti. Fu allora che Giolitti invitò Orlando e De Nicola ad unirsi a lui per costituire un nuovo governo, ma il tentativo fallì per il rifiuto di De Nicola a collaborare e soprattutto per il cosiddetto veto di don Sturzo. Ai suoi occhi, infatti, Giolitti rappresentava l’incarnazione di quel metodo trasformistico e conservatore che costituiva un grave limite per il Paese, l’espressione di un sistema politico ormai superato dal sorgere dei partiti di massa e dal sistema elettorale proporzionale. Inoltre, il P.P.I. rivendicava per il nuovo
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