LA POLITICA AL SERVIZIO DELLA PERSONA E DELLA COMUNITÀ

37 Dal 1944 al servizio della Scuola biennio, mentre nello stesso periodo 109 militanti di parte operaia morirono per mano delle forze dell'ordine durante scontri di piazza, e altri 22 furono uccisi da altre persone. Si trattò di una fase di violenza non gravissima, se confrontata con quanto venne dopo, ma violenza ci fu e la stampa cattolica diede molto rilievo alle notizie di cronaca che provenivano da tutta Italia. Nel settembre 1920 l’occupazione delle fabbriche e le tensioni che avvolsero la Nazione avevano aperto un’ulteriore crepa nella collaborazione tra popolari e liberali. Sturzo aveva contrastato la linea politica del presidente del Consiglio Giolitti che, per stemperare il conflitto sociale, sveva messo in cantiere una legge sull’autogestione e il controllo operaio delle fabbriche: una soluzione a cui i popolari avevano contrapposto la proposta dell’azionariato operaio e della partecipazione agli utili aziendali da parte dei lavoratori. Le elezioni amministrative del 1920, a differenza delle politiche del 16 novembre dell’anno precedente, si svolsero con il vecchio sistema maggioritario. Don Sturzo decise di mantenere l’identità del P.P. e di presentare sempre e comunque liste proprie e non, in nome del comune interesse antibolscevico, porre i propri candidati a disposizione di Blocchi nazionali, i più ampi possibili, contro i socialisti. Egli ben sapeva che la sua scelta era obbligata, come unico modo per affermare la propria fisionomia ideale e programmatica; non tutti i popolari avevano però la sua lucidità e per di più si trovavano sottoposti alle durezze dello scontro nei singoli Comuni. Si dovette anche giungere ad un compromesso per evitare la scissione dei clerico-moderati, così che venne consentito ad alcune sezioni del Partito di partecipare ad alleanze antisocialiste nei grandi centri urbani, ove, da almeno vent’anni, i cattolici avevano appoggiato i conservatori. Le amministrative del 1920 aggravarono, quindi, i dubbi, le perplessità e le aperte critiche della Chiesa verso il partito e verso lo stesso Sturzo. In quel contesto, infatti, l’ostilità antisocialista finiva per travolgere ogni altra valutazione. Anche alla fine del 1920, quando si fecero più violente le tensioni fra fascisti e socialisti, ci furono nel P.P.I. quelli che parteggiarono per i primi, sebbene la maggioranza, con la quale era Sturzo, fosse contraria al fascio, sia per fedeltà alla propria ideologia, sia perché le violenze di destra non risparmiavano le organizzazioni cattolico- popolari. Il “biennio nero” 1921-1922, che seguì al “biennio rosso”, infatti, sconvolse ulteriormente il quadro politico italiano. La fine della Guerra aveva prodotto una grande quantità di reduci che, rientrati nella vita civile, si ritrovarono disoccupati e senza concrete prospettive di lavoro. Parte di essi si erano battuti a favore dell'interventismo e avevano combattuto come volontari, perché mossi da ideali nazionalisti e irredentisti. Al loro ritorno alla vita civile, alla quale spesso non riuscirono a adattarsi, essi si organizzarono in maniera più o meno spontanea, sia per propagandare la loro visione militarista, che per contrastare, anche con azioni dirette, le iniziative dei socialisti, i quali, stando su posizioni neutraliste nei confronti della guerra, erano accusati di "disfattismo" dai primi. Su queste rivendicazioni Benito Mussolini aveva fondato il 23 Marzo 1919 a Milano, in piazza Sansepolcro, i Fasci di combattimento, un movimento politico, il cui programma era marcatamente anticlericale e connotato da forti rivendicazioni sociali. Così, mentre i socialisti erano impegnati nelle rivendicazioni sociali, nei contrasti interni e nella concorrenza sindacale delle leghe bianche dei Popolari sturziani, schiere di appartenenti alla piccola borghesia agraria, artigiana o del commercio, allarmate dalle occupazioni e dai disordini, confluirono nel movimento guidato da Mussolini. In pochi mesi si costituirono in Italia oltre 800 nuovi Fasci, con circa 250.000 iscritti, i quali diedero vita alle squadre d’azione che contrastarono le leghe rosse e bianche, durante gli scioperi o le azioni di occupazione, in un diffuso clima di violenza politica. La componente militare largamente prevalente nelle squadre conferì a queste una netta superiorità negli scontri coi socialisti, i popolari e i sindacati non fascisti, che sebbene notevolmente più numerosi subirono l'urto delle camicie nere. Grazie alla sistematica campagna fascista di distruzione dei centri di aggregazione socialista, popolare e sindacale di intimidazione e aggressione dei loro militanti, cresceva la forza numerica e il morale dei Fasci di Combattimento. Dal punto di vista organizzativo, al movimento si aggiunse una componente rurale e agraria, forte dell'appoggio dei latifondisti e possidenti terrieri

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