28 Dal 1944 al servizio della Scuola culturale detto “modernismo”, condannato nel 1907 con l’enciclica Pascendi. Sospeso “a divinis” nello stesso anno, Murri si staccò dalla Chiesa e partecipò come candidato radicale alle elezioni del 1909. Falliva così il tentativo della Democrazia Cristiana. Esso pur tuttavia rappresentò il punto di passaggio attraverso il quale entravano nel movimento cattolico una più vasta istanza sociale e democratica e l’esigenza di una più libera azione politica dei cattolici. Sulla linea fissata dall’enciclica Il fermo proposito, il movimento cattolico fu organizzato in tre gruppi: 1) Unione popolare (a carattere religioso- formativo), 2) Unione economico- sociale, 3) Unione elettorale (destinata ad indirizzare l’azione politica dei cattolici). Così, senza clamori, quasi alla “chetichella” la partecipazione dei cattolici alle urne andò gradualmente crescendo, tanto che nelle successive consultazioni del 1909 furono eletti alla Camera 21 “cattolici deputati” tra cui Filippo Meda che del nuovo indirizzo clerico-moderato era stato uno dei più convinti e battaglieri sostenitori. La cosa non era avvenuta naturalmente senza polemiche con l’ala progressista di ispirazione democratico-cristiana di Murri e Miglioli. Il movimento dei democratici cristiani conobbe un periodo di ripresa nel 1911 con il Congresso di Firenze in cui venne mutato il nome in “Lega democratica cristiana”. All’indomani della I guerra mondiale questa corrente confluì nel nascente P. P. I, recandogli l’apporto della sua complessa esperienza culturale e politica. L’appoggio dei cattolici venne poi particolarmente sollecitato dai liberali nel 1912 affinché con il loro impegno neutralizzassero l’afflusso dei voti socialisti, che si prevedeva largo ed inevitabile data l’introduzione del suffragio universale maschile. Il Presidente dell’Unione Elettorale, Ottorino Gentiloni, promulgò allora in sette punti un programma del tutto amorfo sotto il profilo sociale. I candidati che desiderassero ottenere voti cattolici dovevano accettare alcune richieste particolarmente significative per il mondo cattolico quali la tutela della Scuola privata, l’istruzione religiosa, l’opposizione al divorzio e simili. Bisogna dire che molti candidati liberali le accolsero se per ben 228 Deputati l’appoggio cattolico fu determinante come ebbe a sottolineare in una intervista lo stesso Gentiloni. Naturalmente le dichiarazioni dell’esponente cattolico sollevarono un diluvio di proteste e polemiche, che portarono ad un riconoscimento ufficiale del Patto Gentiloni da parte di Giolitti alla Camera. Su questo primo affacciarsi dei cattolici alla vita pubblica i giudizi sono disparati e spesso assai duri. Con una certa ironia, lo storico Candeloro osserva: “… non si può certo dire che la prima entrata in forza dei cattolici organizzati nelle lotte elettorali italiane costituisse un contributo alla moralizzazione della vita pubblica”. Le considerazioni da parte cattolica non sono da meno come sottolinea lo storico Scoppola “Si sanò, sulla via del compromesso, la frattura tra i cattolici e lo Stato, per aggravare quella, assai più profonda, fra i cattolici e la massa operaia”. La diagnosi delle conseguenze immediate di tale fatto è ben espressa da Don Sturzo che lo avversò invano in qualità di consigliere dell’Unione Elettorale. “Da un lato quel patto legò ancor più i cattolici alle consorterie clerico-moderate, dall’altro sviluppò dure reazioni, l’anticlericale socialista, e quella dei cattolici sociali e dell’ala democratico–cristiana ancora diffusa come tendenza”. E ancora: “Tutto ciò corrispondeva all’idea direttiva di Pio X, di un’intesa fra i cattolici e gli elementi moderati del liberalismo che non avversassero la religione per poter così far fronte agli anti clericali ed ai socialisti, e trovare una possibile convivenza tra Chiesa e Stato moderno …”. Alla vigilia del primo conflitto mondiale i cattolici si dichiararono neutrali per pacifismo, per una certa simpatia verso l’Austria cattolica e per una certa avversione verso l’Inghilterra protestante e la Francia governata allora da una Repubblica che aveva conosciuto un periodo di aspro anticlericalismo. Bisogna pur dire che anche la Santa Sede non desiderava il conflitto, considerato "l’inutile strage" da Benedetto XV (1914- 1922). I cattolici temevano inoltre che, partecipando il Paese alla guerra, non fosse possibile allo Stato italiano tener fede agli impegni previsti dalla Legge delle Guarentigie.
RkJQdWJsaXNoZXIy NTYxOTA=